Vittorio Gregotti, l’importanza del contesto nella progettazione architettonica - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Vittorio Gregotti, l’importanza del contesto nella progettazione architettonica

Vittorio Gregotti
Dopo la scomparsa dell’architetto Vittorio Gregotti, avvenuta il 15 Marzo 2020 a causa dell’infezione pandemica Covid-19, si vuole proporre una disamina del pensiero di uno dei protagonisti della progettazione architettonica e urbana italiana dell’ultimo secolo.

Nicola Potenza

L’architetto, classe 1927 di origine novarese, dopo una laurea presso il Politecnico di Milano, fonda lo studio “Gregotti Associati International” divenendo ben presto, semplificando, un riferimento di quella progettazione architettonica legata inizialmente al movimento definito Neoliberty, ossia una progettazione revivalista concepita come reazione agli assunti dell’architettura razionalista e dell’architettura organica.

La ricca carriera internazionale colma di onorificenze, fra le quali il Gran premio internazionale alla tredicesima Triennale di Milano nel 1964, gli consentì di poter ricoprire cariche di prestigio come la direzione delle arti visive alla Biennale di Venezia dal 1974 al 1976.  Di estremo interesse è anche la fondazione della società Global Project Development nel 1999, con il fine specifico di contribuire ad una progettazione e uno sviluppo architettonico sostenibile in paesi interessati dallo sviluppo turistico, scongiurando il pericolo di massificare e banalizzare la progettazione architettonica a scapito del paesaggio e dal rispetto ambientale dello stesso.

Oltre che progettista, il suo contributo risulta importante e centrale, nell’impegno rivolto alla divulgazione in ambito architettonico ed urbanistico, in particolar modo attraverso la direzione della rivista Casabella e con numerosi contributi sulla stampa, specializzata e non, italiana ed estera.

Una voce di indiscussa autorevolezza capace di aprire e veicolare il dibattito (talvolta con accenti autoritari) e la riflessione sulla progettazione architettonica, urbana e urbanistica in ambiti assai eterogenei. Di particolare interesse sono le scelte progettuali urbane intraprese in contesti assai difficili e dalla riuscita non sempre positiva. Oltre i molteplici successi e l’apporto prolungato nell’ambito della ricerca progettuale, è doveroso sottolineare anche un clamoroso insuccesso progettuale, il quartire ZEN (1969) di Palermo, nell’immaginario collettivo (assieme alle vele di Scampia napoletane) simbolo di una progettazione lontana dalle esigenze contestuali e totalmente fallimentare. Sebbene il progettista abbia sempre preso le distanze dal progetto firmato, a seguito di dati contestuali denunciati che hanno minato la riuscita dello stesso, non si vuole in questa sede affrancare nessuno da evidenti responsabilità, sebbene fortemente negate e che comunque andrebbero studiate con rigore accademico.

Si vuole invece sottolineare l’importante contributo nella progettazione in contesti assai difficili di intervento, come i centri storici e la progettazione di centri legati alla cultura e alla fede, prove sulle quali Gregotti si è più volte misurato lungo i decenni. Una progettazione sempre fortemente permeata da peculiarità locali, regionali a scapito del modello internazionale modernista. Scelte fortemente compatibili nello sposalizio fra architettura contemporanea e patrimonio storico. Un dialogo spesso complesso e tuttora di difficile risoluzione.

Sebbene si possa individuare la compatibilità territoriale e compositiva dell’intervento architettonico, come uno degli assunti principali della progettazione di Gregotti (sui centri storici almeno), è essenziale rimarcare la lontananza del progettista dalla mimesi formale. Gregotti predilesse una ricerca progettuale volta a favorire, invece, un complesso processo astrattivo delle forme, con il fine di arrivare ad una relazione solida con il contesto storico senza scadere nella sudditanza rispetto allo stesso. Un dialogo, seppur rispettoso, paritario con la stratificazione storica. Logiche che prendono forma da un intenso studio delle fonti storiche e che trovano nell’ampia produzione bibliografica del progettista densi riferimenti.

A tal proposito risulta evidente questo approccio di riconoscimento della rilevanza contestuale nell’introduzione del testo “La Città visibile” (Einaudi ed, 1993), dove si sottolinea “l’importanza di tener conto del contesto – storico e geografico – nonché di specifici elementi significativi del sito. Il moderno progetto architettonico diventa quindi consapevole della sua stessa natura, un dialogo tra l’esistente e le modifiche che farà.” Oltre l’aspetto teorico nell’approccio alla progettazione, Gregotti è una voce importante nella determinazione del ruolo della progettazione architettonica e “della pianificazione urbana e territoriale” capace di “proporre un nuovo stato di equilibrio” esplicitamente chiarito nella stessa opera.

A termine di questa breve e semplificata disamina si vuole porre l’attenzione su alcuni contributi progettuali di estremo interesse nell’ambito di una progettazione in continua dialettica con la storia e la cultura.

Volendo concentrarsi su progetti meno battuti dalla critica (come possono essere i legittimamente noti progetti di risistemazione del Parco archeologico ai Fori Imperiali di Roma del 1984 o della Potsdamer Platz e Leipziger Platz di Berlino del 1994, solo per citarne un paio), si vuole citare un progetto del 1981, il quartiere per abitazioni a Cannaregio, Venezia.

Potsdamer Platz Berlino 1994
Potsdamer Platz Berlino 1994
Quartiere residenziale di Cannareggio,Venezia, 1981
Quartiere residenziale di Cannareggio,Venezia, 1981

Di certo una prova progettuale di difficilissima esecuzione visto il carattere estremamente peculiare della città della laguna, pienamente riuscita con uno studio certosino delle volumetrie contestuali, senza rinunciare alla razionale proposizione di geometrie e simmetrie capaci di creare luoghi dal sapore astratto senza il rischio di alienazione.

Uno studio approfondito anche nell’aspetto materico, talvolta centrale in progetti quali Centro Culturale a Bélem, Lisbona del 1988 o il Teatro dell’opera di Aix-en-Provence del 2003.

Centro Cultural de Belém, Lisbona, 1988
Centro Cultural de Belém, Lisbona, 1988
Teatro dell'apos Opera, Aix-en-Provence, 2003
Teatro dell’opera, Aix-en-Provence, 2003

Una attenzione che trova piena maturità, ad esempio, nel progetto della chiesa Chiesa di san Massimiliano Kolbe a Bergamo del 2008. In quest’ultima progettazione l’eleganza formale della composizione riesce a trovare dialogo credibile con la classicità della chiesa e dell’abitato storico posto nell’immediata vicinanza. Una cura delle proporzioni e dello studio compositivo che permette di inquadrare queste progettazioni in contesti di difficile approccio.

Chiesa di Massimiliano in Kolbe, Bergamo, esterni, 2008
Chiesa di Massimiliano in Kolbe, Bergamo, esterni, 2008
Chiesa di Massimiliano in Kolbe, Bergamo, interni, 2008
Chiesa di Massimiliano in Kolbe, Bergamo, interni, 2008

Sparuti esempi questi che consentono, a grandi linee, di inquadrare una ricerca del disegno per una progettazione volta alla valorizzazione della storicità e del paesaggio. Vittorio Gregotti , con la sua ampia produzione bibliografica e le decine di progetti eseguiti non solo in territorio italiano, rappresenta oggi uno stimolo importante per comprendere criticamente il ruolo dei progettisti nella definizione del paesaggio contemporaneo anche in relazione con il tessuto storico.

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