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Virtualità e patrimonio museale

Sala delle Venti colonne, Hermitage, virtual visit
L’esempio dell’Hermitage di San Pietroburgo. Considerazioni e riflessioni

Nicola Potenza

L’esperienza di fruizione del patrimonio culturale attraverso la visita virtuale rappresenta di per sé una modalità di fruizione che segue regole differenti rispetto alla visita classica. Sebbene tale premessa, si ritiene necessario effettuare delle precisazioni sulla virtualità della visita e su tale ricezione dei beni culturali.

I musei, che giustamente si aprono a questa nuova forma di fruizione e divulgazione, devono considerare la natura prioritariamente scientifico-culturale dell’istituzione ponendo al centro il visitatore, ma con il fine chiaro di favorire la mission scientifica dell’istituzione stessa.

Considerata la relativa recente importanza affidata a questa tipologia di fruizione, si evidenziano differenti approcci di virtualità declinati in maniera assai differente. L’elemento principale da considerare, per l’analisi critica di una corretta fruizione virtuale, è il primo approccio con l’istituzione on-line, ovvero la home page del sito di riferimento. Essa deve rappresentare la mission scientifico culturale divulgativa del museo, offrendo delle informazioni di carattere di servizio, di divulgazione e via via sempre più specifiche per gli utenti che hanno una formazione di maggiore dettaglio.

L’istituzione museale, per sua natura, deve essere onnicomprensiva attraendo dell’utenza quanto più differenziata (sia in termini anagrafici, che culturali, sociali ecc) pertanto risulta auspicabile un sistema di dettaglio informativo via via più specifico se richiesto dall’utente.

A tal proposito un esempio di riferimento è di certo rappresentato dal Museo Hermitage di San Pietroburgo. L’importante istituzione museale dal richiamo internazionale declina questo senso di virtualità con un lavoro di virtualizzazione della visita in maniera alessandrina, quasi eccessiva! Tutti gli ambienti sono visitabili virtualmente sia in interno che in esterno, anche quelli di servizio o di alcun valore per la visita. Di certo l’elemento che impressiona positivamente è la ricchezza di dettagli e di informazioni, non solo sulla collezione ma anche sulla possibilità di fruire di video e ricostruzioni, la domanda che ci si pone è se risulti realmente necessario visitare le costruzioni di servizio sia all’interno che all’esterno per aumentare l’esperienza di visita.

Nella piena e cosciente convinzione che la virtualizzazione non potrà mai sostituire una fruizione del reale, è comunque necessario sottolineare l’importanza e la potenza comunicativa della virtualità, pertanto è uno strumento che va governato e guidato a vantaggio della mission culturale dell’istituzione, e l’eccesso di informazioni non regolamentate può rappresentare un difetto che può creare dispersione nella visita.

Al di là delle criticità va specificato che il sito dell’istituzione risulta molto ben curato sia nella home page, che nella suddivisione delle informazioni di servizio, con pagine dedicate allo shop e a servizi accessori del museo. L’impressione generale è quello di un sito sicuramente molto curato in termini di raccolta delle informazioni, ma molto poco curato sulla visita guidata al visitatore che virtualmente può perdersi nell’eccesso di informazioni.

Eccesso ed accesso non sono sinonimi! Sarebbe il caso di proporre dei tour guidati e molto ridotti con il riconoscimento di opere iconiche, per fruizioni che potrebbero essere considerate meno enciclopediche e più adatte a categorie specifiche come i bambini. Di contro il sito manifesta pienamente il proprio carattere scientifico e di raccolta enciclopedica classificando l’esperienza come molto faticosa ma positiva.

Questa disamina cavillosa del sistema di approccio virtuale dell’Hermitage è utile ad effettuare delle riflessioni generiche sulla visita virtuale sottolineando come essa non possegga delle regole ben codificate, di certo però è necessario porre l’accento sui principi per la costruzione di visite virtuali di qualità. L’utente deve essere invogliato alla scoperta e alla divulgazione attraverso gli strumenti di innovazione tecnologica, che passano attraverso anche la semplificazione comunicativa. Questa va però intesa come un elemento elastico che possa consentire al fruitore di scegliere il livello di dettaglio che si vuole scoprire, senza la barriera di una eccessiva semplificazione.

Il fruitore andrebbe guidato alla scoperta del patrimonio, proprio perché i musei hanno l’obbligo di definire le linee divulgative come principi scientifici, altrimenti sarebbero da considerare dei semplici depositi! Pertanto l’utente deve essere accompagnato alla scoperta e ad egli va lasciato libero arbitrio di scoprire in base al livello di dettaglio che desidera per la visita. Il rischio rappresentato da un eccesso di veicolazione dei contenuti può essere superato fornendo all’utente la libertà di seguire percorsi prestabiliti o di muoversi liberamente nella visita virtuale.

Un’ultima chiosa riguarda le tecnologie da utilizzare, anche in questo caso non esistono regole definite ma devono essere ben presenti anche qui dei principi produttivi definiti. Non è detto che la tecnologia più avanzata in termini di navigazione sia anche la più utile o la più comunicativa. Anche una virtualità bidimensionale può risultare semplice ma gratificante alla scoperta del patrimonio, elemento importante da sottolineare per consentire alle piccole istituzioni di approcciarsi alla virtualità in maniera meno esosa in programmazione.

Informazioni di servizio, di divulgazione ad ampio raggio, di scientificità dell’istituzione, catalogazione e conservazione sono tutti obiettivi realizzabili attraverso un progetto aperto ad una accessibilità più ampia, che non veda nella semplificazione un limite, ma una opportunità. Quest’ultima non può però essere posta come solo obiettivo, ma come strumento per un possibile approfondimento dei contenuti.

I musei e le istituzioni vengono frequentati, anche virtualmente da utenza diversa per istruzione e per caratteristiche endemiche, pertanto si deve garantire con la semplificazione il massimo accesso possibile partendo anche dalle traduzioni linguistiche tutte. Il sito qui presentato è in inglese prioritariamente e non prevede una traduzione in lingua italiana. Anche questo può rappresentare un ostacolo di accessibilità linguistica non inclusiva che andrebbe superato con una più ampia apertura verso quantomeno le quattro lingue più parlate.

In termini di accessibilità e inclusività è spiacevole tuttora notare la quasi totale assenza di percorsi virtuali rivolti ad utenti più piccoli, come bambini e ragazzi, che vanno accompagnati nella divulgazione con particolari attenzioni e tecniche di comunicazione. Stessa cosa si dica per anziani e portatori di handicap che possono anch’essi fruire dei siti internet per la visita virtuale.

L’esempio finora qui riportato ha pertanto lacune imputabili ad una non uniforme progettazione della virtualità declinandola in modo assai diverso effettuando delle eccessive semplificazioni o distrazioni nei confronti della fruibilità di gran parte degli utenti (sebbene l’Hermitage rappresenti, nel panorama generico, un esempio virtuoso). La differenziazione del sistema comunicativo è ovviamente da salvaguardare, cosa differente è invece la definizione di principi di riferimento per la definizione di una fruizione virtuale rivolta alla divulgazione culturale senza scadere nella spettacolarizzazione sterile del patrimonio.

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