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Viaggio nell’Arte,
la Ferrara di Emiliani

di Andrea Emiliani*

Inizia la collaborazione del professor Andrea Emiliani al “Il Giornale del Restauro”, con un percorso alla scoperta dell’immenso patrimonio artistico italiano. Un viaggio nel cuore della bellezza del nostro Paese in compagnia di uno dei più stimati e autorevoli studiosi in campo internazionale. Prima tappa: Ferrara, la splendida capitale degli Este. Culla della cultura e delle arti prima di un Rinascimento italiano che l’avrebbe cannibalizzata ed esclusa definitivamente dalla ribalta politica dell’età moderna.

La città che entra più silenziosa di altre nell’itinerario del Grand Tour degli intellettuali europei, già nel Seicento e soprattutto per l’intero corso del XVIII secolo, è certo l’antica Ferrara. La storia e l’identità stessa di quella Corte dalle belle mura, sede d’una Rinascenza fastosa, celebre e lodata nell’Europa intera, si appannano infatti nell’arco dei due secoli che aprono la storia e la società moderne.

Castello Estense di Ferrara

L’età barocca e l’intero Illuminismo sembrano tracciare una loro pallida vicenda storica sull’immagine di un luogo ormai lontano e difficilmente raggiungibile. In realtà, già sul finire del Cinquecento una grave solitudine era calata sulla prima, famosa capitale della casa degli Este. La bella città di Borso e di Alfonso, di Biagio Rossetti e dei grandi geni dell’umanesimo, della poesia dell’Ariosto e di Torquato Tasso, sembra esiliarsi dal teatro dell’animato paesaggio artistico del Rinascimento italiano.

Chi visita Ferrara, superando il fiume Po, ne trae un sentimento di ammirazione per la superstite bellezza delle sue larghe strade affiancate da superbi palazzi; ma insieme viene investito da una significativa malinconia per il silenzio immobile che ne invade i quartieri. Goethe, nel 1786, la ammira bellissima: ma solo tra una visita alla tomba dell’Ariosto e un amaro ricordo della prigione di Torquato Tasso.

Anzi, annota quasi di fretta di non saper resistere se non per poche ore al disagio psicologico che questa “città del silenzio” gli getta addosso, così come nella realtà gli appare, e cioè tutta in piano e spopolata. Eppure, scrive, “queste vie, un tempo, furono animate da una splendida corte”. E decide di partire subito per raggiungere la vicina Cento, patria del Guercino.

E’ vero, la Ferrara delle grandi famiglie rinascimentali, dei patrimoni artistici più esclusivi, ormai è immobile in un tempo irrigidito, quasi soltanto araldico, almeno da quando Clemente VIII Aldobrandini ha armato contro la libertà della Signoria e della città stessa l’ultimo esercito possibile.

Interno del Castello

Correva l’anno 1598 e alla morte dell’ultimo Duca, Alfonso II, la mancanza di un erede diretto aveva scatenato la pretesa romana sancita anni addietro da Paolo III, per la rivendicazione totale del ducato, e cioè la radicale devoluzione allo Stato della Chiesa. La resa politica, la liquidazione e anzi la cassazione della bella Ferrara, patria delle arti, sede di immensi patrimoni e luogo di una bellezza incomparabile, in quell’anno fatale viene messa in trattativa dalla sorella di Alfonso, Lucrezia d’Este e il cardinal nipote Pietro Aldobrandini. Essa è il primo pesante, amaro guasto portato in un’area rinascimentale, quella padana destinata a smarrire tra poco il suo già difficile, storico equilibrio esistenziale e maledetto.

Nella devoluzione, quantità memorabili di opere d’arte vengono trascinate altrove, il ricordo dell’età d’oro della Rinascenza abbandona la città delle Muse. Nelle strade e nei palazzi d’una Ferrara ormai decapitata esibiscono la loro aggressiva personalità di avidi collezionisti numerosi potenti cardinali e grandi dignitari della corte pontificia, a cominciare da Scipione Borghese e dallo stesso Maffeo Barberini. Si può ben dire che nel cuore del tumulto per la liquidazione dei tesori estensi s’affaccia e prende corpo il collezionismo dell’età moderna. Alla città degli Este, farà presto seguito la vendita e il saccheggio più efferato della corte dei Gonzaga a Mantova (1627 – 1630), e subito dopo la fine dell’alta Urbino, ducato dei Rovereschi nella patria del Montefeltro (1631).

Ritratto di Alfonso d’Este eseguito dal Bastianino su copia da Tiziano – Firenze – Galleria Palatina

Spalancate le porte di Ferrara, il popolo ferrarese rumoreggiando aveva tentato qualche difesa, poi si era rivolto contro gli ultimi Este, a cominciare dal pretendente don Cesare, fuggito presto a Modena per la via di Finale. Le preziose raccolte di antichità di Nicolò d’Este e di Leonello, le opere della lunga stagione di Borso, e numerate e descritte negli inventari di corte, arricchite sia da Alfonso I che dai successori, insieme con gli apparati del Castello, le decorazioni delle incantevoli “delizie” suburbane, le collezioni delle grandi famiglie cortigiane, tutto si trasformava in preda per una caccia senza sosta e senza esclusione di colpi.

Il ‘Baccanale’ di Dosso Dossi

Un patrimonio di secoli viene nascosto anche da don Cesare alla Certosa di San Cristoforo. Ma da questo sradicamento fatale per Ferrara, paradossale contributo alla formazione di altre collezioni e gallerie e al loro potenziamento, soprattutto in Roma, emerge il rovinoso saccheggio dei dipinti che avevano ornato lo studiolo di Alfonso I.

Le tele famose, collocate nel camerino detto d’Alabastro e nell’altro chiamato Dorato – ed erano il Baccanale di Giovanni Bellini, completato dalla mano di Tiziano, l’Offerta a Venere, gli Andrii dello stesso e infine il Baccanale di Dosso Dossi – dopo essere divenute il nascosto godimento delle visite private dello stesso Papa Clemente VIII, scomparvero per mano del nipote, il cardinal Pietro Aldobrandini.

Baccanale degli Andrii

L’agente ducale Annibale Roncaglia stende il suo verbale, e scrive come, avendo udito che “erano state levate alcune pitture dalli Camerini d’Alabastro per ordine del cardinal Aldobrandini” rimanesse suo angosciato dovere avvertirne i vecchi padroni. Fu con questo presentimento che decise di verbalizzare minuziosamente. E narra: “andammo tutti al detto luogo… et così aperti i due uscii del predetto Camerino d’Alabastro” insieme fu possibile constatare “che vi mancano le pitture infrascritte tutte in quadri con cornici dorate”.


Professore Andrea Emiliani* Il professor Andrea Emiliani è uno storico dell’arte italiano, esperto di pittura medioevale e in particolare dell’opera di Federico Barocci.
Ha compiuto i primi studi a Urbino, per poi trasferirsi all’Università di Bologna e infine a quella di Firenze; si è laureato con Roberto Longhi e ha avuto come correlatore Francesco Arcangeli.

Nell’amministrazione dei beni culturali in Emilia-Romagna ha ricoperto la carica di Sovrintendente per i Beni Artistici e Storici per le province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna; è stato direttore della Pinacoteca nazionale di Bologna. Inoltre è stato fondatore e presidente dell’Istituto per i beni culturali dell’Emilia-Romagna e ha fatto parte del Consiglio superiore dei beni culturali; ha infine ricoperto la carica di presidente dell’Accademia Clementina di Bologna. I suoi interessi s’indirizzano prevalentemente sulla pittura cinquecentesca e barocca del Montefeltro e della Romagna, ma anche all’ambito della museologia, presso l’ateneo felsineo ha infatti tenuto la cattedra dell’omonima materia. Si è inoltre interessato del riordino e restauro di musei e palazzi storici, e della Pinacoteca nazionale di Bologna della quale è stato direttore. Ha condotto ricerche su Federico Barocci (1975-2008), su Simone Cantarini e Giovanni Francesco Guerrieri (1957-1998), sui pittori della stagione barocca bolognese (Ludovico Carracci, Guido Reni, Giuseppe Maria Crespi e altri). Ha collaborato alle Biennali d’arte bolognese dal 1954 al 1963 e ha diretto le mostre d’arte bolognese, dal 1986 al 1993, a New York, Washington, Los Angeles, Fort Worth, Francoforte e a Stoccarda.

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