Viaggio nell’Arte con Emiliani, Ferrara dopo gli estensi - Il Giornale del Restauro
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Viaggio nell’Arte :
Ferrara dopo gli estensi

Guercino (1591–1666), Aurora, 1621, Casino di Villa Boncompagni Ludovisi

Ferrara, simbolo dell’identità di arte e potere sotto gli estensi termina con il Rinascimento e l’Età moderna vede la città cedere gran parte delle proprie ricchezze. La vendita più memorabile della storia: cento dipinti provenienti tanto dalla corte che dalle chiese di Reggio e Modena stessa, attraversarono il continente nell’inverno più crudo per raggiungere Dresda e inaugurare in quella capitale una grande, famosa raccolta d’arte. Si inaugurava in questo modo il collezionismo pubblico nel settentrione europeo.

di Andrea Emiliani*

Se le mura di Ferrara si chiudono per gli Estensi, non si arresta il piacere collezionistico e il senso che si direbbe araldico della committenza artistica di quella famiglia che aveva per prima portato tanto in alto, prima delle teorie neoplatoniche di Marsilio Ficino, l’identità di arte e potere. La fuga di don Cesare a Modena aveva ricoverato nell’ultimo rifugio di quella città un insperato, notevole patrimonio che poi divenne, nelle mani di Francesco I, il centro d’una nuova, inarrestabile, esaltante rivendicazione collezionistica. Tornò cosi a vivere con straordinaria misura e con intelligenza dell’arte l’antica voluttà del liocorno. Essa è destinata a spezzarsi solo nel 1745, dopo pressioni e insistenze di decenni, di fronte alle offerte economiche di Augusto III di Sassonia e ai drammi della guerra di successione austriaca, nelle cui battaglie in realtà si assottiglia in modo irreparabile la fortuna collezionistica estense.

È l’ora della vendita più memorabile della storia. Cento dipinti, scelti con studiosa attenzione dall’Elettore in persona e provenienti tanto dalla corte che dalle chiese di Reggio e Modena stessa, attraversarono il continente nell’inverno più crudo per raggiungere Dresda e inaugurare in quella capitale una grande, famosa raccolta d’arte. Un paio d’anni più tardi raggiungerà le sponde dell’Elba, nascostamente, anche la Madonna Sistina di Raffaello, venduta ad Augusto III dai monaci neri di Piacenza. Essa divenne in pochi decenni il più tedesco tra i dipinti di Raffaello, il capolavoro calato tra le meraviglie artistiche assolute della Gemälde Galerie, presso lo Zwinger della bella Dresda. La corte di Sassonia, negli anni giovanili di Johann J.Winckelmann, inaugurava in questo modo il collezionismo pubblico nel settentrione europeo.

La Madonna Sistina di Raffaello
La Madonna Sistina di Raffaello
Dettaglio dei famosi angeli del dipinto

La discesa in Italia dell’erede delle fortune asburgiche, don Carlo di Borbone, aveva portato poco prima della dissoluzione dell’enorme patrimonio dei Farnese, accumulato in due secoli di duro potere sia nel Palazzo del Giardino di Piacenza, che nei famosi luoghi di corte nel Palazzo del Giardino e nella Pilotta di Parma, nonché nella reggia di Colorno (1735). Una interminabile serie di carriaggi trascinati dai buoi attraversò l’Italia, diretta a Roma e poi a Napoli, dove fu più tardi ospitata nella Reggia di Capodimonte. Il genio dell’antico inteso come modello di ogni possibile perfezione si era divulgato enormemente con le scoperte delle città sepolte di Hercolano e di Pompei.

Nuove e moderne leggi per la tutela artistica furono studiate dall’illuminismo così dai Lorena a Firenze dai Borbone nel regno delle Due Sicilie. Un pontefice di grande sapienza giuridica e amministrativa, Benedetto XIV Lambertini, doveva creare nel 1749 la Pinacoteca Capitolina aperta al pubblico di Roma, divulgando insieme una legge che può ben definirsi il primo disegno per la divulgazione di un senso generale e pubblico della tutela, ed per un’idea moderna del collezionismo e della museografia.
Il silenzio della città di Eridano, ormai lontano lo strepito e il disordine della devoluzione armata, prese a dilatarsi fino all’ampia riva del Po, divenuta ormai il confine settentrionale dello Stato della Chiesa.

Non più capitale, senza più corte né cortigiani, la città estense ebbe ancora la forza di esprimere la giovinezza di un grande artista come il giovane Guercino da Cento che parve anzi celebrarne la morte nella sua sonante elegia barocca. La figura politica ed economica dei Signori di Ferrara si indebolì sul boccascena del teatro territoriale e politico italiano ormai avviato verso la crisi della guerra dei Trent’Anni. Stillicidio delle antiche collezioni seguitò implacabile, quella del Cardinale Pio nel ’24, l’altra del Cardinal Sacchetti tra il ’27 ed il ’31, e ancora i Riminaldi, I Bentivoglio della Guastalla, e i Crispi.

Guercino (1591–1666), Aurora, 1621, Casino di Villa Boncompagni Ludovisi

Solo, nel palazzo arcivescovile, il Cardinal Tommaso Ruffo di Calabria si immerge nella muta contemplazione dei suoi capolavori prima della partenza per Roma, che ha luogo nel 1738.
Non a caso, il grande storico dell’arte italiano Roberto Longhi, capace d’una letteratura critica magistrale, scriveva a riguardo di un famoso affresco del Guercino superstite nella villa Ludovisi – la più bella di una Roma scomparsa – parole dense di significati. La sua fu un’evocazione di immensa nostalgia storica posta a clausola del libro che deve collocarsi tra i maggiori studi artistici nel Novecento, intitolato Officina Ferrarese, edito nel 1934: “Dorme la Notte arcando, in sogno, prodigi come le ultime negromanzie del Dosso, e per l’arco diroccato, prediletto fin dai tempi di Ercole e del Cossa, trascorre il soffio scottante della vecchia Ferrara.”

La famosa opera storica con la quale Jacob Burckhardt, nel 1860, a Basilea, tornava a donare vita all’immagine dell’intera rinascenza italiana, si intitolava Die Kultur der Renaissance in Italien e dunque La civiltà del Rinascimento in Italia. Essa conobbe la sua prima edizione italiana nel 1876. a questo grande libro di uno storico, impegnato nella rianimazione potente e insieme fantastica di un’intera età, si deve dunque il ritorno della memoria storica di città e di corti protagoniste di quella civiltà che condusse l’Italia ad aprirsi verso l’età moderna.

Nelle sue pagine, la politica delle corti italiane assume il livello e addirittura l’aspetto di un’opera d’arte, e la sua ricerca, rivolta verso i grandi miti dell’antichità, apre una via diversa da quella che Hegel, in contemporanea fissava ai cardini di una dura realtà. Non sono ancora evidenti, e illuminate, né appaiono ancora nitide le grandi personalità dei pittori ferraresi, ma l’affermazione più forte che emerge dalle pagine dei viaggiatori come anche degli studiosi, è quella che afferma essere, Ferrara, la prima città moderna in Europa.
Università, mecenatismo, rettitudine di governo e tempestività economica, grandezza dell’istituzione culturale e creativa e modernità sorprendente dell’urbanistica espressa nella cosiddetta addizione Erculea sono gli argomenti forti dello stesso Burckhardt e messi alla luce sul suo grande palcoscenico.

Il fatto è che la città di Ferrara, che abbiamo visto sul finire del Cinquecento generare gran parte del collezionismo rivolto alla dorata stagione rinascimentale italiana, aveva serbato nascosta per se stessa e per il suo silenzioso esilio, durato più di due secoli, una gran parte dell’immensa realtà estetica che, nata nel Trecento, aveva chiamato sulle rive del Po già nel Quattrocento e nell’umanesimo più fiorente, Leon Battista Alberti e Piero della Francesca, e dal settentrione europeo Roger van der Weiden come anche il musicista Roger Dufay, una sublime presenza di valori artistici ed estetici.

Gli entusiasti amatori della curia romana, gettatisi sul Castello Estense e sulle altre proprietà ferraresi, avevano privilegiato in modo assoluto l’età d’oro della Rinascenza, quella stessa che ritornò a imperare nel cuore della cultura della riforma naturalistica nata dopo il manierismo per mano dei Carracci, del Barocci, di Rubens e infine del Caravaggio. Le grandi scelte investirono infatti Tiziano e Dosso, il Garofalo e Girolamo da Carpi, e in modo solo marginale l’età precedente, quella che era stata dei grandissimi Cosmé Tura, Cossa ed Ercole Roberti.

L’umanesimo ferrarese, che il gusto non aveva ancora risollevato dal silenzio, attenderà il secolo romantico e un nuovo gusto del collezionismo internazionale per riaffiorare alla luce della vita e riportare vitae poesia nelle infinite sale e nelle famose chiese dell’affascinante Officina Ferrarese.

Se la città di Ferrara, rossa di mura e bianca di ornati, è oggi ancora tra i capolavori della vita storica italiana, nel corso dei secoli ha smarrito l’integrità dei suoi palazzi, la continuità delle decorazioni pittoriche più raffinate, la completezza della scena liturgica dei suoi edifici sacri. Alcuni decenni or sono, uno studioso tedesco, Werner L. Gundershheimer, mise in luce e diede pubblicazione ad un manoscritto Vaticano di sensazionale importanza per questa civiltà ferrarese.

Uno scrittore bolognese, assai raffinato narratore di vicende di corte, Sabadino degli Arienti, aveva disteso intorno al 1497 una minuziosa descrizione delle cosiddette ‘delizie’ di Belriguardo e di Belfiore, edifici tra i più famosi che, al pari di Schifanoia, magnificavano qualità e altezza di ispirazione, contenuti e stile della vita artistica estense.

Professore Andrea Emiliani

Queste pagine, intensamente descrittive, esaltano oggi ancora ai nostri occhi la continuità di una bellezza di misura e di qualità ininterrotte. Nel sollecito della sua sequenza narrativa, insieme all’infittirsi di simboli e delle allegorie, di immagini araldiche e di meraviglie di ornatezza, si avverte nitidamente quanto sonante e meravigliosa dovesse essere l’esperienza di quella visita: e seducente la visione delle opere più famose del gusto, della cultura e della civiltà estense nelle due ville e nei loro giardini.


* Il professor Andrea Emiliani è uno storico dell’arte italiano, esperto di pittura medioevale e in particolare dell’opera di Federico Barocci. Ha compiuto i primi studi a Urbino, per poi trasferirsi all’Università di Bologna e infine a quella di Firenze; si è laureato con Roberto Longhi e ha avuto come correlatore Francesco Arcangeli. Nell’amministrazione dei beni culturali in Emilia-Romagna ha ricoperto la carica di Sovrintendente per i Beni Artistici e Storici per le province di Bologna, Ferrara, Forlì e Ravenna; è stato direttore della Pinacoteca nazionale di Bologna. Inoltre è stato fondatore e presidente dell’Istituto per i beni culturali dell’Emilia-Romagna e ha fatto parte del Consiglio superiore dei beni culturali; ha infine ricoperto la carica di presidente dell’Accademia Clementina di Bologna.

I suoi interessi s’indirizzano prevalentemente sulla pittura cinquecentesca e barocca del Montefeltro e della Romagna, ma anche all’ambito della museologia, presso l’ateneo felsineo ha infatti tenuto la cattedra dell’omonima materia. Si è inoltre interessato del riordino e restauro di musei e palazzi storici, e della Pinacoteca nazionale di Bologna della quale è stato direttore. Ha condotto ricerche su Federico Barocci (1975-2008), su Simone Cantarini e Giovanni Francesco Guerrieri (1957-1998), sui pittori della stagione barocca bolognese (Ludovico Carracci, Guido Reni, Giuseppe Maria Crespi e altri). Ha collaborato alle Biennali d’arte bolognese dal 1954 al 1963 e ha diretto le mostre d’arte bolognese, dal 1986 al 1993, a New York, Washington, Los Angeles, Fort Worth, Francoforte e a Stoccarda.

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