Terremoto : come pensare una ricostruzione - Il Giornale del Restauro
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Terremoto : come pensare una ricostruzione

Chi nutrisse ancora qualche dubbio sul rischio sismico nel nostro Paese, con la tragica successione di eventi disastrosi negli ultimi decenni dovrebbe finalmente convincersi della ineluttabilità di questi eventi. Le aree protagoniste di sommovimenti dovuti alle inaudite pressioni della deriva dei continenti sembrano concentrarsi nelle fasce appenniniche dell’Italia centrale sulla frattura dello stretto di Messina. Poi anche le pianure emiliane e il Pedemonte friulano vengono investite da eventi dagli esiti altrettanto disastrosi.
di Giampiero Cuppini
Libero Docente presso l’Università di Bologna, già titolare della cattedra di Restauro.

Grandi città quali Roma e Bologna vengono lambite e, anche se i danni risultano modesti, resta l’avvertimento che ovunque, prima o poi, il sisma ci può colpire. A Bologna un affresco di Francesco Francia raffigura la “Madonna del Terremoto”, invocata alla fine del ‘500 quando col terremoto rovinarono delle torri che uccisero gli abitanti delle sottostanti case. Eppure Giovanni Bentivoglio si era potuto vantare di aver trovato la città di legno e di averla lasciata di pietra. Possiamo ricordare la favola dei tre porcellini in cui trovava la salvezza dal lupo quello che aveva costruito la propria casa di pietra; oggi da ‘lupo-terremoto’ ci si può difendere assai meglio con una casa di legno o magari pure di carta.

Dall’altra parte le mille qualità di pietre che caratterizzano le costruzioni e i monumenti delle nostre città antiche conferiscono qualità e bellezza anche ai siti più sperduti nelle montagne.

Gli accumuli polverosi delle rovine invece ci fanno con fatica distinguere le pietre di qualità e i mattoni lavorati tornati come a una polvere primigenia. Gli effetti pur tremendi delle guerre consentirono una ricostruzione riproducente anche i minimi dettagli originari (vedi Monastero di Montecassino o Portico della Mercanzia a Bologna) nella convinzione di una unicità di quegli eventi in quanto provocati dagli uomini; ma davanti al terremoto ormai evidenziato come ciclico, come poter pensare realmente a una ricostruzione com’era e dov’era?

Chiaramente non vi è dubbio sulla necessita di adottare criteri diversi sugli edifici contemporanei crollati: la cultura antisismica è ormai avanzata in paesi ad alto rischio costante quali Giappone e California, esempi molto significativi che portano alla costruzione di edilizia abitativa diffusa a uno o due piani costruiti in materiali leggeri ed elastici e Down Towns contenenti anche grattacieli appoggiati su piattaforme elastiche con strutture generalmente metalliche ad alta tecnologia. Questi paesi non posseggono generalmente quelli che noi chiamiamo ‘centri storici’ che costituiscono per noi la memoria sensibile della nostra cultura, del nostro modo di vivere, della nostra immagine.

Per citare un caso limite in un’antichissima cultura nell’estremo occidente della Cina alle pendici dell’Himalaya vi sono aree da sempre fortemente sismiche in cui l’ultimo terremoto ha raso al suolo quasi tutte le costruzioni moderne in ‘pessimo cemento armato’ mentre ha appunto risparmiato le superstiti aree povere degli Hu-Tong a due piani costruiti interamente in legno.

La nostra tradizione fortemente fatalista è incline ad attribuire al flagello del terremoto una punizione divina per peccati in generale contro l’ordine costituito ( vedi recente presa di posizione di Radio Maria); i terremoti distruttivi hanno prodotto spesso esodi verso aree ritenute più sicure e ricostruzioni totali adottando nuovi modelli e nuovi stili: in Sicilia, Catania e Noto, capolavori sommi del Barocco, sono stati le risposte più brillanti della cultura dell’epoca.

Oggi l’introduzione della ‘cultura’ delle New Towns fa rabbrividire perché è la prova che non siamo più capaci di ricreare delle città ma solo dei frammenti di periferia senza anima e senza bellezza.

Le ultime ‘città di fondazione’ furono possibili come prodotto di un regime autoritario quali Sabaudia e Latina o più modestamente Tresigallo o Alfonsine. Pensiamo che nel passato erano stati prodotti modelli come l’addizione erculea a Ferrara, come la Pienza dei Piccolomini o la Palmanova dei veneziani.

Non siamo più capaci prova ne sia che per costruire l’auditorium romano si stima che si sia utilizzato il corrispondente in ferro di tre Torri Eiffel: con questo materiale si potevano migliorare sismicamente almeno diverse centinaia di edifici a rischio.
Matteo Renzi quando dice “Vogliamo ricostruire gli antichi borghi dov’erano e com’erano” esprime innanzitutto una volontà politica: conscio delle sciagurate scelte per l’Aquila atomizzata e dall’altra parte della priorità di mantenere e valorizzare delle comunità ferite, ma fortunatamente ancora vive.

All’atto pratico realizzare queste ricostruzioni non è affatto automatico poiché si tratta di ricomporre immagini di quella bellezza antica tra civiltà contadina e grandi tradizioni culturali a partire dal Medioevo fino al tardo Barocco. Per ordinare le idee è necessario operare una netta suddivisione fra gli edifici tutelati e normali tessuti edilizi di valore paesistico e ambientale.

Il tessuto edilizio

Possiamo partire dalla ricostruzione del tessuto in cui le tecniche più sicure per gli edifici di due o tre piani sembrano necessariamente quelle che consentono un comportamento scatolare caratterizzato da piani e pareti dotati di continuità e omogeneità di materiale: le ‘case di legno’ ormai diffuse rispondono puntualmente ai criteri più rigorosi; dal punto di vista estetico il materiale costruttivo non appare mai ed è ricoperto per ottemperare al contenimento dei consumi energetici, ricoperto da superficie isolanti (il ‘cappotto’) con superficie intonacata che fa talmente denuncia la sua anima di plastica, facilmente evidenziabile dai temperini dei ragazzini.

Se vogliamo adottare queste soluzioni dobbiamo necessariamente nobilitarne le superficie e i dettagli, inventandone dei più appropriati piuttosto che scimmiottare la materia perduta delle superficie delle costruzioni vecchie anche se non monumentali.

Una ricostruzione tipologica comporta interventi misurati su gli antichi sedimi e comporta una contemporanea immissione nei dettagli di soluzioni attuali che certamente il miglior ‘design’ italiano potrà essere in grado di reinventare producendo una nuova gamma di prodotti di qualità per le cose più ‘normali’ quali le porte, le finestre, le imposte, le balaustre, gli sporti del tetto e gli eventuali balconi, la superficie del tetto, le gronde e i tombini.

Molto spesso anche in questi borghi ancora ben conservati prima del terremoto non era infrequente vedere l’applicazione di terrazzini in volgari lastre in cemento armato o le sostituzioni di tapparelle alle persiane, l’utilizzo di infissi in alluminio anodizzato al posto dei vecchi infissi di legno: bastava poco agli anni ’50 per evidenziare l’ansia di progresso anche negli antichi borghi con risultati devastanti. Non ripetiamo a scala urbana la miseria di quelle esperienze: le norme energia dei nostri designer e delle imprese specializzate dev’essere messa in grado di immettere sul mercato prodotti che rispondendo alle inevitabili buone regole dell’arte (e rispetto delle conquiste su sicurezza controllo energetico e stabilità) ritrovino la nostra non spenta aspirazione alla bellezza confrontandosi senza vergogna con il passato romanticamente rimpianto ma irripetibile e solamente reinterpretabile.

Per un recupero globale dell’immagine dei borghi la qualità percepibile dopo la ricostruzione dovrà essere pari a quella pre sisma. A parità di volumi le vibrazioni del linguaggio non saranno necessariamente le stesse ma dovranno trasmettere uno stimolo contemporaneo da confrontarsi nuovamente con la storia e parimenti con gli usi mutati dell’abitare.
I comuni da parte loro dovrebbero sottoporre i progetti a procedure burocratiche quali il reperimento dello “stato legittimo” e l’identificazione attraverso documenti probabilmente spariti delle condizioni dell’immobile prima del terremoto per procedere a una sanatoria di eventuali abusi riscontrabili. Sarebbe logico che in caso di distruzione totale fosse il nuovo progetto in grado di affrontare aimè una nuova realtà senza aggravare delle già difficili condizioni dei proprietari e dei progettisti nell’interesse di una costruzione rapida e precisa.

Gli edifici tutelati

I monumenti costituiscono quantitativamente un numero di interventi più limitati; tali interventi saranno necessariamente guidati dal ministero dei beni culturali tramite le soprintendenze responsabili.

Anche nel passato a partire da Pirro Ligorio per arrivare al Vanvitelli, l’inserimento di catene in maniera sistematica e collegate a rete fra loro ha tenuto in piedi per secoli nonostante frequenti terremoti (ad esempio le terme Borboniche di Ischia).

In presenza oggi di strumenti di calcolo e piattaforme vibranti atte a misurare le forze in campo e a individuare le soluzioni più efficaci le misure utilizzate oggi visti i diffusi casi di crollo appaiono del tutto inadeguate. A volte l’impreparazione delle imprese o peggio la frode nello sviluppo dei lavori hanno provocato danni irreparabili ma, data l’estensione e la gravità dei recenti disastri, non si può non riscontrare una inadeguatezza tecnica e culturale nell’affrontare problemi che la scienza e la tecnica di oggi possono mettere a disposizione utilizzando strumenti scientifici assai più evoluti da quelli utilizzati da quelli di Vanvitelli.

Le direttive pur importanti emesse dalla presidenza del Consiglio il 9 febbraio 2011 o sono state illuse o loro volta non sono state sufficienti per impedire quanto è successo solo cinque anni dopo la loro emissione.

Credo che queste tematiche debbano essere nuovamente discusse non solo nelle sedi giudiziarie ma nelle sedi più appropriate tecnicamente che sono le università, in particolare gli ingegneri e gli architetti riprendano in mano la strategia e la pratica degli interventi.

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