Non si vive di sola Scala Luci e ombre di Art bonus - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Non si vive di sola Scala Luci e ombre di Art bonus

di Andrea Barrica

Dai 23 milioni 633 mila euro per la Scala ai 5 euro per il Real Albergo dei Poveri a Napoli.Dai 33 progetti su 55 finanziati in Lombardia agli 0 su 2 del Molise.
A due anni dal lancio, punti di forza e contraddizioni di Art bonus, deduzione fiscale (fino al 65%) a favore del mecenatismo voluta dal ministro Franceschini.

Con la possibilità di ottenere importanti sgravi fiscali sulle somme donate (fino al 65%), Art bonus è finalizzato a incentivare privati cittadini, gruppi industriali e fondazioni bancarie, a sostenere la valorizzazione e la conservazione del patrimonio culturale. Dai 23 milioni 633 mila euro per la Scala ai 5 euro per il Real Albergo dei Poveri a Napoli, e dai 33 progetti su 55 finanziati in Lombardia fino agli 0 su 2 del Molise, a due anni dal lancio emergono punti di forza e contraddizioni della deduzione fiscale a favore del mecenatismo voluta dal ministro Franceschini.

QUASI 100 MILIONI IN PIU’

Le prime stime raccontano di un buon impatto della riforma, che dal 2014 ha cumulato 115 milioni versati da 3180 donatori a fronte dei poco più di 20 milioni raccolti prima dell’entrata in vigore della norma. Il 45% delle risorse è destinato a fondazioni lirico-sinfoniche, il 20 ai Comuni, il resto al patrimonio gestito dal Mibact o da concessionari. Fuori dal conteggio restano le sponsorizzazioni, diversamente regolate e che prevedono un contratto e un ritorno pubblicitario. Al momento il panorama dei donatori è molto differenziato e comprende fondazioni bancarie, gruppi industriali e finanziari, liberi professionisti e persone fisiche, circa il 60% degli aderenti, fino a giungere al napoletano che, letta la richiesta del Comune di recuperare 3 milioni e mezzo per restaurare il capolavoro settecentesco di Ferdinando Fuga, ha scucito i 5 euro restando, a tutt’oggi, l’unico sottoscrittore della raccolta fondi.

La misura nasce con l’intento di raccogliere risorse laddove non riesce più ad arrivare lo Stato e far così fronte alla penuria di investimenti che ormai da anni caratterizza il mondo della cultura e dell’arte. Un fenomeno non soltanto italiano, e che negli ultimi anni ha interessato molte altre realtà internazionali, tra cui citiamo ad esempio il Metropolitan di New York, che ha recentemente licenziato il 5% dei curatori, o la Gran Bretagna, dove hanno chiuso 44 musei e 28 biblioteche. In controtendenza, invece, le iniziative private, che negli ultimi quattro anni hanno portato alla nascita di oltre 100 musei tra Europa e Stati Uniti. Rimanendo in Italia, basti pensare ai forti investimenti nell’arte contemporanea in cui si sono prodotti grandi marchi come Prada o Trussardi. Ma perché investire per aprire nuove strutture quando quelle già esistenti boccheggiano? Probabilmente tale tendenza obbedisce alle contraddittorie leggi del mercato, che si evidenziano in maniera particolare in un mondo, quello della cultura, ancora più complesso e dai confini ancora più incerti rispetto a quanto accade nel campo delle merci intese in senso stretto. Un mondo sempre più governato da poli di attrazione opposti quali il mecenatismo da una parte, e le sponsorizzazioni dall’altra, mentre il Pubblico tira a campare.

FOTOGRAFIA DELLE CONTRADDIZIONI

Sono molti in effetti i motivi per cui Art bonus è stato accolto dal favore generale, anche se nel dettaglio, qualche riserva sulla norma rimane. Ad esempio il sistema stesso della donazione volontaria ha portato ad una distribuzione molto sbilanciata dei fondi, accentuando un enorme distacco tra Nord e Sud del Paese. Sbilanciamento che si conferma anche rispetto ai singoli progetti e istituzioni. Al primo posto fra chi riceve con l’Art bonus c’è la Scala di Milano, che ha chiesto 250 milioni ottenendone 23, seguita dal Museo Egizio di Torino, che ha programmato una spesa di 15 milioni coperta integralmente dalle donazioni. L’Art Bonus funziona così: un Comune o un ente di gestione pubblica sul sito un progetto di restauro o anche un piano di gestione e si mette in attesa. Molti sono però i progetti che attendono invano. Il Palazzo Te di Mantova dall’ottobre del 2015 aspetta qualche contributo a fronte di 800mila euro chiesti per il restauro di una facciata.

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Al momento non si è fatto avanti nessuno. Il Museo Nazionale Archeologico di Ruvo di Puglia invoca invano donazioni per coprire una spesa di 17 mila euro, e il Comune di Napoli (di nuovo) spera di trovare chi lo aiuti a restaurare la guglia dell’Immacolata davanti a Santa Chiara, costo 1 milione e mezzo, ma finora deve accontentarsi di 50 euro. L’Art bonus, senza portarne responsabilità, fotografa il divario fra Centro-Nord e Sud. La Lombardia propone 55 progetti e riceve contributi per 33 di essi. Il Molise ha due proposte e zero contributi, la Campania 29 richieste, 9 delle quali con scarse offerte. Così Basilicata (1 e 0), Calabria (7 e 1) e Sicilia (10 e 3). Le stesse, vistose differenze caratterizzano la fonte più cospicua del mecenatismo italiano, quella delle fondazioni bancarie. Nel 2015 sono stati 280 milioni provenienti da esse per musei, scavi archeologici e poi mostre e festival letterari, il 30% degli oltre 900 milioni elargiti in totale (ma erano 531 nel 2008 su complessivi 1 miliardo 670 milioni). Ebbene questa pioggia di soldi benefica il Nord per il 70%, il Centro per il 22, il Sud per il 6.

UNA DISTRIBUZIONE SBILANCIATA

Le cause di tali differenze vanno certamente ricercate in svariati fattori, ma che a grandi linee possiamo ricondurre a due grandi macrocategorie. La prima a carattere fondamentalmente territoriale: il Centro – Nord Italia è certamente l’area del Paese di maggiore solidità economica, dove si raggruppano la maggior parte delle imprese, banche e fondazioni, a dispetto di un patrimonio distribuito su tutto il territorio nazionale. Inoltre, anche il reddito procapite medio in queste regioni è nettamente superiore a quello del Sud. Il secondo aspetto, invece, riguarda il superiore livello di fama o di prestigio che alcuni monumenti o istituzioni hanno agli occhi dei cittadini. Una delle maggiori perplessità suscitate da Art bonus è proprio la sua intrinseca tendenza a favorire enti, istituzioni e monumenti in base alla loro notorietà, a scapito di altre realtà meno ‘popolari’ e spesso anche più bisognose di risorse. Infatti, se le donazioni vengono elargite direttamente dai cittadini scegliendo un progetto tra una rosa più o meno ampia di proposte consultabili direttamente sul sito Art bonus, ne consegue che, al di là del valore artistico e culturale dei singoli progetti, alcune istituzioni suscitino maggiore attrattiva rispetto ad altre per via di un superiore prestigio e riconoscimento popolare. Per certi versi un meccanismo più che naturale, ma che prescinde da ogni capacità della norma di determinare un ordine di priorità culturali e artistiche tramite cui indirizzare le risorse. Naturalmente, il patrimonio non vive soltanto di Art bonus, ma tale rinuncia da parte del ministero alla gestione ed alla distribuzione delle risorse appare il vero punto debole della norma.
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