Il restauro della Pala di Sant’Ambrogio svela i tormenti del giovane Botticelli - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Il restauro della Pala di Sant’Ambrogio svela i tormenti del giovane Botticelli

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Personaggi che cambiano posizione, una intera porzione del pavimento sostituita dalla pedana su cui poggia il trono della Vergine, dita che scompaiono, occhi che appaiono in punti dove non dovrebbero essere: l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze ha scoperto tutti i ripensamenti della Pala di Sant’Ambrogio, opera dipinta intorno al 1470 dal 25enne Sandro Botticelli, svelando il ‘tormento creativo’ dell’artista.

Redazione

La scoperta, annunciata durante la conferenza stampa agli Uffizi dal direttore Eike Schmidt e dalla storica dell’arte dell’Opificio delle Pietre dure Cecilia Frosinini, è stata effettuata durante il restauro della tavola, cominciata un anno fa proprio all’Opificio fiorentino.

L’opera tornerà ad essere esposta tra pochi giorni nelle gallerie degli Uffizi, nella sala dove si trovano la Primavera e la Venere. Durante i lavori di conservazione la tavola è stata sottoposta ad analisi approfondite: analisi che hanno rivelato un numero sorprendente di ripensamenti sostanziali, sia nella fase della pianificazione del disegno, sia nella stesura del colore. Un fatto che gli esperti degli Uffizi definiscono “assai insolito per il periodo”.

La maggior parte di questi cambiamenti sono emersi grazie al confronto fra radiografia e indagini riflettografiche: è stato così possibile visualizzare come Botticelli avesse, ad esempio, cancellato letteralmente un pavimento già strutturato tramite incisioni e dipinto nei dettagli, per sostituirne la parte centrale con una pedana per innalzare la figura della Vergine Maria.

Il Bambino, in braccio alla Madonna, durante il processo pittorico, cambia drasticamente posizione, come risulta visibile grazie all’individuazione in riflettografia, della prima impostazione degli occhi, collocati in posizione diversa e ruotata rispetto a quella definitiva, e ad una gamba che muta postura.

San Cosma, uno dei santi raffigurati, in origine guardava verso l’alto, come è evidente anche in questo caso dallo spostamento dell’occhio, differentemente orientato in origine, che riemerge ‘dalle viscere’ del quadro setacciate ancora una volta dalla riflettografia.

Con un ulteriore ripensamento, Botticelli decise successivamente di dare a questo personaggio un altro tipo di atteggiamento e dunque, nella versione ultimata, San Cosma, invece di essere rivolto verso la Vergine, tiene la testa più in basso e guarda verso lo spettatore.

Ci sono infine cambiamenti talmente tardivi, da essere stati eseguiti durante la fase di completamento del dipinto, e quindi impossibili da mascherare del tutto: sono quelli che risultano oggi visibili anche ad occhio nudo.

È di nuovo San Cosma a non convincere il dubbioso Botticelli. La sua veste, nella versione precedente, lo collocava spostato all’indietro, verso sinistra, e l’alone del suo diverso collocamento, non del tutto cancellato, è visibile ancora oggi all’osservatore attento.

L’elemento senz’altro più curioso: un paio di occhi misteriosi, incisi sulla tavola, individuati a metà altezza della figura della Santa Caterina, nell’area centrale della sua veste. Perché si trovano lì? Risposte certe al momento non ci sono, ma una delle ipotesi è che Botticelli potesse avere inizialmente immaginato la Santa in posizione inginocchiata, ripensandoci però quasi subito e stabilendo invece di rappresentarla in piedi. Gli occhi potrebbero dunque essere il lascito di questa iniziale, poi abbandonata, impostazione. A dimostrarlo, c’è anche la perfetta sovrapponibilità tra le pupille incise sotto la veste con quelle dipinte sul viso di Santa Caterina nella versione finale, verificata concretamente sull’opera dagli stessi specialisti dell’Opificio.

La pala, che a partire dai prossimi giorni tornerà esposta permanentemente nella sala della Primavera agli Uffizi, si trovava nella sede dell’ente di restauro da alcuni mesi. Aveva problemi al supporto ligneo e tre zone in cui il colore era sollevato e parzialmente danneggiato. L’intervento, sostenuto economicamente anche dagli Amici degli Uffizi, ha risolto i problemi di tensione del supporto e posto rimedio alle alterazioni cromatiche.

L’Opificio delle Pietre dure ci offre un altro esempio degli altissimi livelli raggiunti dalla ricerca scientifica sulle opere d’arte. Anche quelle più famose, sulle quali sembra che ormai si sappia tutto, possono invece offrirci informazioni prima insospettate, perfino su artisti studiati da secoli come Botticelli. Questo deve insegnarci che un buon restauro deve anche essere un’occasione di ricerca e non mirare solo ad effetti spettacolari“. – ha dichiarato Eike Schmidt –

«È probabile che questa inusuale caratteristica metodologia di Botticelli, improntata ad un ripensamento continuo nella genesi dell’opera, gli derivi dall’apprendistato alla bottega di Filippo Lippi, il quale già prima di lui manifestava questa tendenza, assolutamente inusuale per gli artisti del tempo. Ed è importante osservare inoltre, come alcuni dei nuovi dettagli emersi dalle indagini, relativi alla realizzazione della Pala di Sant’Ambrogio, potrebbero offrire elementi per un riesame complessivo della committenza dell’opera». – ha spiegato la storica dell’arte dell’Opificio delle Pietre dure Cecilia Frosinini –

La Direzione storico artistica del restauro è stata di Cecilia Frosinini. Restauro della parte pittorica: Luisa Gusmeroli, Patrizia Riitano. Restauro del supporto: Ciro Castelli, Andrea Santacesaria. Indagini ottiche, documentazione fotografica ed elaborazioni grafiche: Roberto Bellucci. Hanno collaborato per le indagini: Laboratorio scientifico Opificio delle Pietre Dure, CNR INO, INFN, sezione di Firenze, Dipartimento di Ingegneria Meccanica, Chimica e dei Materiali, Dipartimento di Fisica, Università degli Studi di Cagliari.