Il restauro architettonico e la progettazione sui beni culturali secondo l’architetto Andrea Bruno - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Il restauro architettonico e la progettazione sui beni culturali secondo l’architetto Andrea Bruno

Architetto Andrea Bruno nel suo studio, Torino
L’architetto Andrea Bruno ci accoglie in quello che lui definisce la sua “garçonnière intellettuale”, uno dei suoi ormai storici studi torinesi, oggi fulcro di raccolta dei progetti che hanno reso lo studio uno dei riferimenti tra i più noti ed internazionalmente influenti nell’ambito del restauro e della progettazione sui beni culturali architettonici.

a cura di Nicola Potenza

L’architetto Andrea Bruno, torinese di classe ’31, vanta una carriera ricca di premi, riconoscimenti internazionali ed esperienze professionali di primo rilievo. Dal 1974 è Consulente UNESCO per il restauro e la conservazione del patrimonio artistico e culturale e grazie alla eterogeneità delle progettazioni affrontate, rappresenta oggi una delle voci più rappresentative e riconosciute non solo in ambito accademico.

Architetto,  ci spieghi cosa è secondo lei il restauro architettonico?

<< Comincerei col direi che l’espressione “Restauro Architettonico” può essere rivista in favore del termine Conservazione. Su questo tema mi sono misurato a Venezia dal 2013, con una mostra intitolata “Fare, Disfare e Rifare Architettura”. Da queste parole dimostro che io tengo in poco conto, o nel giusto conto, il termine conservazione. Sono completamente contrario, o meglio, penso che il miglior modo di conservare, di restaurare, sia quello di trasformare continuamente l’oggetto sul quale si lavora.>>

Con la sua progettazione lei ha messo in atto un vero e proprio dialogo fra progettazione contemporanea e patrimonio storico.

<<Chi affronta qualsiasi progettazione deve conoscere le situazioni precedenti che hanno portato a fare certe scelte. È un lavoro, talvolta un po’pedante, ma molto utile per gli apprendisti architetti.  Questi cambiamenti dell’oggetto architettonico possono essere criticati e modificati, però ti dicono molto delle trasformazioni di un edificio, a partire dalla sua realizzazione. Un edificio comincia ad invecchiare dal giorno della sua inaugurazione, da quel momento comincia la sua decadenza. Se vogliamo usare un termine di forma più realistica si può parlare di manutenzione.

Ecco, forse il miglior modo di prolungare la vita di una cosa è mantenerla bene, ma prima di tutto di costruirla bene. Quindi la buona costruzione è garanzia primaria della durata nel tempo! Nel mio ultimo recentissimo viaggio che ho fatto a Shangai per esporre i miei lavori e parlare di cosa intendessi io sul termine Restauro, con tutti i limiti che ho premesso, ho chiaramente esplicitato che un bene non si può conservare indefinitamente nel tempo, è un assurdo. Non c’è niente di eterno, la materia è destinata a scomparire. Quindi non si può andare contro la natura, specialmente parlando di architetture.

Il fatto principale anche sui beni culturali è di rendersi conto che il tempo agisce negativamente sulle costruzioni come su noi stessi. Faccio un esempio riferito alla mia esperienza. Negli anni ’60 ho fatto, con la missione archeologica italiana e poi con l’Unesco, gli esperimenti per la conservazione del mattone crudo, utilizzando siliconi e silicati che vanno benissimo se applicati su una statuetta in una vetrina. La materia si impregna, entra nella profondità di qualche mm, di qualche cm e da lì la conservazione. Difatti l’uso di questi composti ha rovinato, distrutto dei pregevoli monumenti, superfici esterne di portali di castelli che sono stati trattati in quel modo. Dopo venti/dieci anni si sono formate delle croste tra il corpo dell’edificio e l’esterno. Prosaicamente come una torta in forno di cui si scioglie il corpo ma rimane la glassa. Il tentativo di conservare infinitamente non è possibile, è una pazzia!>>

Lei ha svolto un ruolo importante, oltre che nella progettazione, nella divulgazione del restauro del patrimonio in Medio Oriente. Quale è la principale differenza, se esiste, nella percezione del patrimonio in luoghi così differenti culturalmente?

<<Le cose che dirò adesso possono sembrare un po’ eccessive, ma quando io negli anni ’60, sono stato in Afganistan, richiesto dal governo locale e dal Ministero degli Esteri del governo italiano, per occuparmi dei Buddha di Bamiyan mi sono trovato di fronte un qualche cosa che nell’animo mio dell’epoca, e ancora adesso, mi sembrava una cosa veramente scandalosa. Come era possibile concepire di pensare di distruggere i Buddha? Ma già negli anni ’30, le artiglierie afghane si piazzarono di fronte alle statue colpendole. All’epoca, fortunatamente per i Buddha, i cannoni non erano così distruttivi, successivamente si è arrivati alla possibilità tecnica di distruggere i Buddha e farli scomparire. Questa è una cosa che è il limite della negazione, o meglio, dell’affermazione di una volontà rinnovata.

Quindi se io potessi tornare indietro nel tempo, con la mentalità dell’epoca, con le situazioni ambientali, culturali locali avrei potuto pensare che questi islamici fanatici facessero un’opera di distruzione che era un progetto preciso né più né meno dissimile di quello di costruire. Come io costruisco una cosa per far sì che questa diventi simbolo di un tuo stato, il fatto di demolirla ha lo stesso fine e lo stesso obiettivo.  Tutti gli imperi hanno distrutto l’impero precedente. La percezione del patrimonio passa inevitabilmente attraverso considerazioni di questo genere in medio oriente come altrove.>>

In più occasioni lei ha sottolineato la necessità di “costruire sul costruito” come rappresentazione del simbolo di permanenza sul luogo. Lei ritiene che il senso di appartenenza passi attraverso il patrimonio culturale?

<<Per rispondere bisogna tornare indietro nel tempo della mia prima infanzia. Devo scavare nella mia archeologia personale. Un bambino ha delle idee molto vaghe e pittoresche della guerra, per fortuna sua. Improvvisamente si trova davanti ad una situazione drammatica, la sua casa e la sua scuola distrutte dai bombardamenti. Fortunatamente la sua famiglia era salva, perché sfollata una settimana prima, al ritorno nella sua Torino. Per la prima volta nella vita, l’occhio vergine del bambino, vede la casa che si trova in via Nizza, a fianco della ferrovia non lontano dal Lingotto Fiat, completamente demolita, non esisteva più. Questo fatto traumatico è rimasto registrato nel cranio del bambino perché cercare i propri giocattoli tra le macerie è una sensazione che non si dimentica…tutti apparteniamo ad un luogo! Quindi la prima reazione naturale è ricostruire, ma come? Un’architettura identica come distrutta oppure con le finestre più grandi e i balconi più lunghi? Questo è stato pane di dibattiti nel mondo accademico, che continua senza troppi cambiamenti.>>

Uno dei suoi progetti più trattati dalla letteratura specialistica è il Museo di arte contemporanea del Castello di Rivoli. Secondo Lei la progettazione sui beni culturali è anche un tramite di divulgazione?

<< Ho avuto la fortuna di lavorare in uno dei monumenti più importanti d’Italia, il castello di Rivoli, che è stato veramente un campo di prova e di applicazione di tutte le complicazioni che si possono avere dal cattivo impiego. Diventato una caserma, rifugio per le sfollati, in questi cambiamenti di utilizzazione, quando passa da reggia, caserma a case degli alpini, (sono stati messi nelle sale più belle del castello delle latrine, cucine… ) insomma tutte funzioni molto lontane dalle origini che prima di togliere bisogna conoscere e documentare. Tutto! I miei schizzi sul castello danno l’idea, anche a chi lo rivedrà fra cent’anni, di cosa ho trovato io e la responsabilità che mi sono preso di togliere alcune cose a vantaggio di altre, perchè una progettazione sui beni culturali è anche un tramite di divulgazione. Rivoli ne è l’esempio lampante non solo per l’arte contemporanea ma anche per la storia del luogo. Quando io ho avuto l’incarico, nel ‘59/’60, ho fatto tutti i rilievi con i metodi tradizionali. Quindi ne conosco tutti i mattoni, gli angoli ecc e su quello ho potuto mettere mano coscientemente e responsabilmente. Fra l’altro la manica lunga del castello di Rivoli era destinata ad essere demolita! Stavano già demolendola, perché era già stato approvato un progetto per farne un eliporto, una pazzia italiana dell’epoca. Quella manica lì non era vincolata, sai chi l’ha salvata? L’hanno salvata gli sfollati, che occupavano abusivamente il castello, uno sfasciacarrozze che aveva cinquecento auto poste abusivamente nel cortile e che, si è rifiutato di andar via all’arrivo dei carabinieri. Sono loro che hanno salvato la manica lunga del castello di Rivoli! >>

È interessante come un’architettura diventi strumento di divulgazione della storia del luogo, anche dei suoi malcostumi.

<<All’epoca non è stata facile la mia battaglia, avevo nemmeno trent’anni e quindi ho dovuto combattere contro tutti, anche contro diciamo i responsabili della tutela che non vedevano che c’era questa possibilità. Il risultato ha smentito, infatti, c’è stato il riconoscimento universale. Ma quando lavoravo lì c’è stato, sulla Stampa di Torino, un articolo di un noto giornalista che diceva: ”l’architetto Bruno dovrebbe tagliarsi il pollice della mano destra e sanguinare, prima di poter toccare palazzo Carignano!>>

A proposito di Palazzo Carignano, nella sua vasta produzione progettuale mi ha sempre colpito questo progetto meno conosciuto ma di grande impatto – il grande centro conferenza ipogeo da lei progettato.

<<È chiuso! È inaccessibile! Una cosa scandalosa, che chiede vendetta! È già stata fatta una scoperta “archeologica”, un giornalista vedendo queste piastre che coprono con gli occhi sul cortile di palazzo Carignano, si è domandato cosa ci fosse al di sotto, e dopo aver chiesto spiegazioni in Sovrintendenza è stata comunicata l’impossibilità di accedervi. Un progetto quasi del tutto completo. C’erano anche già i soldi per finire! Mancavano soltanto gli accessi, ma quei soldi li sono stati spesi poi diversamente!>>

Un caso di archeologia progettuale ante litteram?

<<Si, io l’avevo chiamata ironicamente “archeologia neonatale”.>>

L’Italia è caratterizzata da un patrimonio vasto ed eterogeneo, in merito alla tutela dello stesso, lei crede che talvolta si possa correre il rischio di eccedere e soffocare qualsiasi espressione di contemporaneità?

<<L’uomo si trasforma in continuazione, quindi è auspicabile che cambi in meglio e non in peggio! Purtroppo non accade sempre, ma non esiste un modo di fare meglio di altri, ogni problema è legato all’identità e alle caratteristiche del monumento. Quindi bisogna rispondere in vari modi, ritengo sia molto più onesto rifare contemporaneamente quello che è stato, piuttosto che rifare dei rappezzi malfatti. Chi parla di conservazione al di là del tempo non è realistico, il tempo non esiste ma passa, quindi le cose cambiano. Tutto cambia tutto si trasforma, quindi c’è bisogno di assecondare il cambiamento continuo. Questo si tratta di volta in volta di avere la competenza, l’esperienza, la capacità e tutto quello che vuoi per fare bene. Il tempo non esiste però passa, questa affermazione si è depositata lentamente nel mio animo e ne sono pienamente convinto! Il tempo non esiste, noi esistiamo, e dobbiamo accontentarci del momento in cui noi viviamo.>>

Se dovesse rendere per immagine questo concetto attraverso magari uno dei suoi progetti?

<<Fra i tanti potrei citare Les Brigittines di Bruxelles. Quando vidi in lontananza questa chiesetta stampata su quel muro di cemento armato, mi sono detto: “qui dentro ne metto un’altra…una sorella contemporanea”. Ed è credo l’unico mio caso che mi ha consentito di fare un restauro senza toccare l’oggetto da restaurare. Una chiesa vuota, dove ho aggiunto solo il pavimento e di fianco ho aggiunto questo altro volume similare ma contemporaneo e adesso le due cose sono talmente compenetrate, giuste e di successo, che le due cose sono monumento storico! Vedi l’addizione, è stata una costruzione, un progetto! Un progetto che è stato un restauro reso funzionale. Quello che al tempo era una chiesa mi colpì grazie alla rifunzionalizzazione come scenario di performance e arte contemporanea. Da qui l’idea, mi sono detto: qui non si può toccare nulla. Come è diventato monumento storico, Il castello di Lichtenberg in Alsazia, inserito nella lista del patrimonio mondiale del XX secolo. Ho progettato un monumento storico, io stesso sono quasi diventato un monumento storico!>>

Il suo attuale progetto?

<<Redarre e consegnare il mio mastodontico archivio di architettura dalle origini fino ad oggi allo IUAV di Venezia, proprio perchè il mio concetto generale è che la materia sia il supporto della memoria in architettura, ma ci sono situazioni che vanno oltre la materia, come tutto quello che riguarda lo scavo archeologico e gli avvenimenti accaduti in progettazione, che devono essere documentati e tramandati. Inoltre sono attivi altri interessanti progetti di musealizzazione, come il Museo della Corsica e le modifiche al Conservatoire national des arts et métiers di Parigi.>>

Per la conservazione del suo archivio come mai la scelta di un ateneo non torinese , specie il politecnico?

<< Un ateneo è un ateneo perché è fatto di persone. >>

Il suo auspicio quale è? Specie in merito alla progettazione sui beni culturali?

<<Istruire dei buoni architetti che assimilino quanto dibattuto, non solo quello che sostengo io naturalmente! Nel mio cervello di bambino…realizzando tanti progetti ritrovo quelle cose che facevo nel gioco del bambino, quindi la capacità di saper riconoscere la materia, il buon costruire e il pensare. Fare delle cose che facciano piacere a sè e agli altri, proprio perché il fine ultimo della progettazione anche sui beni culturali è migliorare la vita di chi vive il luogo. I miei disegni mi piacciono tutti moltissimo, le mie foto anche, i miei progetti anche. Io ho la fortuna che se ritorno in un posto dove ho costruito qualcosa, l’ho sempre rivisto con piacere. Sono contento. Questo è un invito agli architetti, di progettare secondo la propria sensibilità e non secondo le mode, le politiche…Progettando in questo modo si può essere più o meno geniali, ma certamente non sbagli tutto! Quello che fai se non altro è chiaro, e puoi essere giudicato per quello che vali! Una progettazione che inoltre deve rifuggire dalla storicizzazione, con la piena consapevolezza che dalla storia non si scappa!>>