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Il Palazzo della Cancelleria a Roma: metodologia e critica artistica del restauro architettonico

Concluso e documentato il restauro del Palazzo della Cancelleria a Roma, sede storica della Cancelleria Apostolica e tuttora attuale residenza dei tribunali della Santa Sede quali la Rota Romana, la Penitenzieria Apostolica e la Segnatura Apostolica.

di Nicola Potenza

Il Palazzo della Cancelleria

Il palazzo, di cui è ancora ignoto il nome dell’architetto progettista, è stato costruito a partire dal 1483 per volontà del cardinale Raffaele Riario, nipote di Sisto IV, è tuttora di esclusiva proprietà della Sede Apostolica e gode delle immunità riconosciute alle Ambasciate estere in quanto zona extraterritoriale della Santa Sede.  Nel corso dei secoli ha subito numerosi interventi e incorporazioni, a partire dalla Basilica di S. Lorenzo in Damaso, una delle prime chiese di Roma, spostata e poi inglobata nel nuovo palazzo.

Nonostante l’extraterritorialità italiana, il palazzo è uno delle principali centralità della capitale e le sue vicissitudini, anche in termini di conservazione e restauro, sono estremamente rilevanti nella determinazione delle sembianze di parte del centro storico capitolino.

Il restauro

Un importante cantiere quadriennale di restauro, con un investimento sostenuto dalla Santa Sede per importi di circa di 2,5 milioni di euro, ha permesso interventi principalmente rivolti alle fasi di pulitura, consolidamento, protezione e presentazione cromatica delle superfici architettoniche sia esterne che interne (riferite alla corte centrale).

L’elemento di particolare potenza visiva (e piuttosto criticato) è di certo costituito dalla scialbatura della facciata con un intervento volto alla restituzione della cromia originaria. L’operazione è stata appositamente formulata con il chiaro obiettivo della reversibilità su materiali di natura differente come il travertino e le cortine laterizie.

In termini puramente applicativi, operazioni di restauro di questo tipo non mancano di suscitare delle polemiche a causa della differente percezione del palazzo che si impone sul tessuto urbano. I sostenitori della conservazione dello status quo lamentano una completa rimozione della patina storica ed una completa eliminazione dell’alternanza cromatica, data da materiali diversi utilizzati nella costituzione della facciata, in questo caso laterizio e travertino principalmente.

Nel caso del restauro di riferimento, va però considerato lo studio sui materiali effettuato appositamente per determinare l’entità dell’intervento. Gli studi pubblicati hanno infatti mostrano le evidenze di sei strati di scialbature precedenti, optando per il più antico dei quali costituirebbe la finitura originale, questo studio avrebbe determinato la decisione dell’uniformità cromatica.

Maria Mari, architetto e direttore dei lavori di restauro, afferma: “Abbiamo riportato il senso profondo di questo progetto e di questa costruzione…Abbiamo voluto riportare il concetto di uniformità spaziale di Riario (cardinal Raffaele Riario, committente del palazzo, ndr)senza riportare il cantiere storico…ma riportando il desiderio di architettura, di massa, di volumetrie cosi come lui la aveva concepita”. Inoltre, con il cantiere di restauro sono emerse due iscrizioni invisibili dalla strada: “ Christus Rex venit in pace” e “Deus homo factus est”, iscrizioni che, spiega sempre la direttrice dei lavori, indicano “sia di una riappropriazione “cristiana” dell’area di Campo Marzio, tradizionalmente legata al paganesimo, sia un omaggio alla Chiesa di Santa Maria della Pace, edificata da Papa Sisto IV e che presenta le stesse iscrizioni.”

Un caso interessante di metodologia e critica artistica del restauro architettonico

Sebbene sia importante mantenere la stratificazione storica all’interno del patrimonio stesso, è anche importante avvalorare gli studi sul patrimonio stesso. Se questi confermano unitarietà stilistica dell’oggetto, tutta la progettazione del restauro deve effettuare una scelta mai applicabile in modo univoco e indistinto su tutte le architetture. Ci si riferisce all’annoso dibattito sull’istanza estetica e storica, ovvero sull’equilibrio di restituzione visiva del progetto originario a discapito delle stratificazioni storiche e viceversa.

Sul caso in oggetto, il restauro ha donato armonia progettuale lavorando sulle qualità e caratteristiche del progetto stesso, come la volumetria che si scaglia all’interno del tessuto urbano ridonando centralità ad un oggetto architettonico che, per sua essenza, deve imporsi sul contesto.

Nell’ambito del restauro architettonico, come del restauro in generale, le tematiche delle patine, della unitarietà estetica e visiva sono tuttora oggetto di dibattito con diverse scuole di pensiero. Il perfetto equilibrio fra istanza storica e istanza estetica, da molti dibattuta, non può trovare una risoluzione applicabile su tutti i progetti in modo indifferenziato.

Per determinare fin dove spingersi nella unitarietà visiva ed estetica, nella rimozione o ricostituzione stilistica, è molto importante, se non essenziale, dare peso allo studio dell’oggetto architettonico stesso, comprendendo quali sono gli obiettivi di percezione costituiti dagli autori dell’opera senza trascurare le stratificazioni. La scelta di una scialbatura uniformante può, in questo caso, approvarsi anche perché le stratificazioni sull’oggetto vengono rispettate con la garanzia di reversibilità dell’intervento.

Come si evince nell’ambito del restauro architettonico e sui beni culturali di qualsiasi natura, le scelte progettuali si possono effettuare in modo accademicamente valido, solo attraverso la conoscenza scientifica e storica dei materiali, dell’oggetto e delle vicissitudini a cui questo è stato sottoposto. Mai trascurando che i progetti di conservazione e restauro sono principalmente progetti di natura scientifica, come tali devono affrontare temi e problematiche e, dal corretto dipanarsi della progettualità, si possono effettuare scoperte avvaloranti non solo per il patrimonio, ma per la conoscenza e comprensione delle vicissitudini storiche della comunità intera.

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