Il metodo della spugna di contatto nella valutazione di trattamenti per il materiale lapideo - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
Castello Masino, si restaurano affreschi
Nuovi restauri del FAI al Castello di Masino
8 Maggio 2019
Il Cenacolo torna ai Musei Vaticani. Nuova vita per il capolavoro di Leonardo
Nuova vita per il capolavoro di Leonardo restaurato ed esposto ai Musei Vaticani
17 Maggio 2019

Il metodo della spugna di contatto nella valutazione di trattamenti per il materiale lapideo

Particolari di prove in situ direttamente sulla superficie lapidea di un’opera
Nel corso di un intervento di restauro, nell’ambito ad esempio dell’applicazione di prodotti o della valutazione dello stato conservativo di un’opera, è importante valutare specifici parametri allo scopo di programmare e  condurre al meglio le operazioni necessarie.

a cura di Eleonora Vittorini Orgeas

Proviamo a pensare ad una superficie lapidea naturale o artificiale, come ad esempio una scultura in pietra o una pittura murale, su cui viene effettuato un trattamento protettivo, quindi con caratteristiche di idrorepellenza, o consolidante, quindi in grado di migliorare la coesione tra le particelle costitutive il manufatto. A volte, può esservi la necessità di dover valutare l’efficacia del trattamento applicato con determinate prove scientifiche idonee allo scopo.

Tra i test che possono essere utilizzati direttamente in situ sull’opera o anche in laboratorio su appositi provini vi è, ad esempio, la spugnetta di contatto (SC). Lo scopo di tale metodologia, sviluppata dal CNR-ICVBC, è quello di valutare la quantità di acqua che viene assorbita dalla superficie trattata una volta posta a contatto con la spugna imbevuta di acqua: verosimilmente, maggiore è la quantità di acqua assorbita dalla superficie, minori saranno le caratteristiche di idrorepellenza o comunque la capacità di creare coesione tra le particelle del manufatto da parte del prodotto utilizzato, protettivo o consolidante che sia.

Studi specifici hanno portato ad optare per l’utilizzo di un determinato tipo di spugna composta interamente da fibre naturali. Questa, infatti, ha un’elevata capacità di ritenzione d’acqua, grande compattezza nonché adattabilità alle superfici. La spugnetta è posta all’interno di una piastra circolare in plastica (CP) che permette l’applicazione su superfici orientate in qualsiasi direzione.

La spugna di contatto tipo Calypso (Spontex) e il suo contenitore 1
La spugna di contatto tipo Calypso (Spontex) e il suo contenitore
Credits

Il procedimento prevede che la spugnetta venga caricata con un determinato volume di acqua (ad esempio con una siringa senza ago) e, dopo essere stata pesata con una bilancia di precisione preferibilmente al milligrammo, viene posta a contatto con la superficie trattata a pressione costante e per tempi molto brevi (generalmente non si superano i 3 minuti).

Una volta posta a contatto, viene nuovamente pesata per determinarne il calo di peso e quindi risalire alla quantità di acqua assorbita (Wa) dai primissimi strati della superficie del materiale trattato. Per verificare l’efficacia del prodotto, la misura andrà fatta nella stessa area di superficie ripetendo il test sia prima che dopo il trattamento.

Prova in situ sulla statua del Ratto delle Sabine del Giambologna le aree A1 e B1 sono state trattate con 2 diversi prodotti. Le aree A2 e B2 sono state la
Prova in situ: sulla statua del Ratto delle Sabine del Giambologna le aree A1 e B1 sono state trattate con 2 diversi prodotti. Le aree A2 e B2 sono state lasciate tal quali. Nei tondi all’interno delle aree sono state posizionate le spugnette ed effettuato il confronto dell’acqua assorbita (immagine tratta da: Tiano Piero, Pardini Carla, Valutazione in situ dei trattamenti protettivi per il materiale lapideo. Proposta di una nuova semplice metodologia, in “Arkos: scienza e restauro dell’architettura”, 5, 2004, pag.33).

Chiaramente, il numero di ripetizioni del test, il tempo di contatto della spugnetta e la quantità di acqua assorbita dipenderanno dalla porosità del materiale e dalla tipologia del trattamento che si vuole andare a studiare. Non si esclude che, in determinate situazioni, il diverso grado di deterioramento di un materiale vada a determinare, a seconda delle zone, un diverso grado di assorbimento dell’acqua in quanto gli strati superficiali possono essere più decoesi, e quindi più porosi.

Per correttezza scientifica del metodo, prima di trattare l’opera d’arte, è opportuno condurre le sperimentazioni in laboratorio, e cioè su provini dello stesso materiale dell’opera così da replicare le condizioni più simili possibili a quelle originali e avere dati concreti su cui poter impostare le operazioni di restauro.

Prova in laboratorio: il test viene effettuato su provini dello stesso materiale dell’opera. 

Per ulteriori approfondimenti contatta la redazione

redazione@ilgiornaledelrestauro.net