Editoriale ricostruzione e identità dopo il sisma - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Editoriale ricostruzione e identità dopo il sisma

Professore Giovanni Carbonara

Il professor Giovanni Carbonara è uno storico dell’architettura e teorico del restauro, ed è considerato il capofila della cosiddetta Scuola romana del restauro architettonico.

Accanto al restauro dei più importanti monumenti si pone il problema di come trattare il patrimonio architettonico diffuso e cosiddetto ‘minore’, quello dei piccoli centri abitati, dei borghi, delle frazioni e degli ‘aggregati’ edilizi in essi presenti.

Giovanni Carbonara

Problema di mantenimento, non per sofisticate ragioni ‘culturali’, ma per genuina affezione ai vecchi siti danneggiati, delle memorie, dell’identità dei luoghi e della loro tradizionale qualità urbana (atta a favorire i rapporti di vicinato, gli scambi sociali ecc.) anche nel delicato rapporto, proprio delle zone in questione, col paesaggio circostante, frutto di una sapiente, secolare interazione fra uomo e natura.

Si può, in effetti, affermare che la ricostruzione sia un tema primariamente paesaggistico, con tutto ciò che ne consegue in termini di scelte relative alle modalità di pronto intervento e di ‘primo reinsediamento’, ma anche di smaltimento o più auspicabile recupero e riuso delle macerie. Poi di accorte scelte urbanistiche (morfologia urbana, altezze e volumi, skyline ecc.) contro i rischi dell’intrusione e d’una quanto mai nociva perturbazione visivo-percettiva; inoltre di scelte architettoniche ‘definitive’ (tipologie edilizie, linguaggi, strutture, materiali ecc.) che dovranno mirare a contenere il pericolo della sottrazione e alterazione di elementi strutturanti il paesaggio e costituenti fattori primari d’identità collettiva.

Diversi, pur se tutti riconducibili ad una stessa metodologia scientifica, eminentemente di restauro, saranno i casi di città, paesi, borghi o insediamenti isolati. Molteplici le scale di approccio ed i  problemi conseguenti nel caso di aggregati, edifici di abitazione isolati, edifici specialistici, edifici per il lavoro (capannoni, stalle ecc.); differenti, inoltre, le condizioni conservative, da cui le numerose  possibili casistiche d’intervento (restauro, reintegrazione, riparazione, ricostruzione, delocalizzazione).

Se a ciò si aggiungono le questioni di accessibilità, sostenibilità energetica e quelle che derivano dalle verifiche tecniche, come gli aspetti geologici e geotecnici, di sicurezza strutturale, quindi le riflessioni sul senso del ‘miglioramento’ sismico come pratica diffusa e sostenibile, o sul valore da attribuire alle ‘riparazioni locali’ e alle opere di buona manutenzione; infine gli aspetti sociologici, economici, politici e culturali, quelli relativi alle prospettive future in termini di ripresa e sviluppo economico, di competitività, d’occasioni di lavoro e, in sostanza, di concrete opportunità di vita per chi tornerà ad abitare quei luoghi (già in fase di spopolamento prima della recente sequenza sismica) si può vedere come il tema sia straordinariamente complesso e non riguardi solo l’ambito dell’architettura (complicato ulteriormente dalla diffusa presenza di edilizia abusiva) e delle testimonianze artistiche a rischio ma assuma una rilevanza davvero ‘politica’ nel senso più nobile del termine, inteso come ricerca del ‘bene comune’.

Ecco quindi l’importanza di un continuo dialogo con le popolazioni interessate: com’è stato giustamente detto, di uno specifico “patto di cittadinanza”  e dell’assunzione da parte pubblica, MiBACT in primo luogo, d’un nuovo ruolo, da esercitare in modo propositivo e non impositivo, recuperando sul campo la giusta autorevolezza e non soltanto esercitando la propria autorità.

Si tratta d’un complesso di problemi che richiede un approccio multidisciplinare e, già nel solo ambito edilizio, la virtuosa convergenza e non la contrapposizione di ricerca storico-critica, architettura, urbanistica e ingegneria.

Considerando poi il settore più specifico della progettazione, della selezione delle imprese di restauro e ricostruzione, della buona conduzione dei cantieri, si nota come il problema richieda di essere controllato fino in fondo. Probabilmente si dovrà pensare ad un’attività di sostegno e orientamento (come già si fece negli scorsi anni ’40 e ’50 per i grandi piani INA-Casa) dell’attività progettuale,  che dovrà avere necessariamente un carattere ‘specialistico’, studiato in ragione della peculiarità dei casi, mai ripetitivo né di mera ‘routine’ professionale.

Se ogni elaborazione seguirà la via d’una rigorosa analisi storica, dell’approfondita valutazione dei danni e della rispondenza ai principi-guida del restauro architettonico e urbano, non dovrà più accadere, com’è avvenuto all’Aquila, che uno studio professionale d’ingegneria possa accaparrarsi molte centinaia di progetti, eseguiti non si sa come né con quali forme d’inaccettabile ‘sub-appalto’ o di sfruttamento del lavoro altrui.

Delle imprese andranno verificate le reali capacità, il loro preferibile radicamento sul territorio ed un’auspicabile dimensione artigianale, garanzia di qualità. Imprese medio-piccole, insomma, anche tradizionali a struttura familiare, vagliate in termini, appunto, qualitativi e non, come perlopiù avviene, solo finanziari e quantitativi. Pur senza trascurare la dovuta attenzione alle nuove tecnologie, risolutivo sarà l’esercizio delle buone pratiche tradizionali, d’un murare secondo le ‘regole dell’arte’ e con quegli accorgimenti antisismici, semplici ma efficaci, eredi d’una lunga tradizione, si pensi all’Abruzzo, di convivenza col terremoto.

Da qui anche la riflessione sul ruolo, da stabilire caso per caso, che potrebbero avere le macerie nella ricostruzione e il superamento, su basi scientifiche ineccepibili, della falsa contrapposizione ‘conservazione-sicurezza’. In questo senso, anche per stimare l’effettiva qualità del ‘miglioramento’ sismico,  molto interessante sarebbe un lavoro di documentazione e ricerca, nelle diverse aree, sul comportamento degli edifici variamente consolidati in seguito ai terremoti dei decenni scorsi, valutando tecniche, costi e risultati anche per non dovere ricominciare sempre da capo.

Il dialogo e la partecipazione civile, indispensabili per il successo dell’opera di ricostruzione, potranno più facilmente nascere attorno ad una progettazione in grado di valorizzare tutti i possibili resti architettonici, veri e propri documenti che ancora conservano una carica affettiva e la memoria di ciò che è scomparso. Per quanto possibile bisognerà evitare la sostituzione o il radicale rinnovamento degli edifici e, ancor più, lo spostamento dei centri abitati: esistono già sufficienti esperienze negative in tal senso.

La questione di fondo sta nel rapporto architettonico e urbano che si vuole stabilire fra preesistenza, pur mutilata e frammentaria, e nuovi interventi. Questi possono essere graduati fra vero e proprio restauro, più o meno reintegrativo, e forme di ricostruzione di vario tipo, oscillanti fra il presunto ‘com’era e dov’era’ e modalità di reinterpretazione più attuali. Circa il restauro poco c’è da dire poiché teoria e prassi sono ampiamente consolidate; il tema più difficile è quello della ricostruzione che, ragionevolmente, andrebbe vista come intelligente, sensibile e storicamente consapevole ‘reinterpretazione’.

L’esperienza italiana della ricostruzione post-bellica, nella parte seguita dallo Stato più che in quella dovuta ai Comuni, presenta alcuni esempi interessanti di tentativo dialogico, fra nuovo e antico, su cui si potrebbe ragionare.