Artemisia Gentileschi, chi è la pittrice a cui è dedicato il doodle di oggi - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Artemisia Gentileschi, chi è la pittrice a cui è dedicato il doodle di oggi

Artemisia Gentileschi, chi è la pittrice a cui è dedicato il doodle di oggi
In occasione del 427esimo anniversario della nascita, Google dedica a Artemisia Gentileschi il doodle quotidiano. Si tratta di una vignetta ispirata allo splendido ritratto realizzato nel 1623 dal pittore francese Simon Vouet e che oggi è esposto nella Sala Lomi del Palazzo Blu di Pisa.

Redazione

Ci vorrebbero molte pagine per raccontare chi era la pittrice Artemisia Gentileschi a cui oggi Google dedica il doodle 427 anni dopo la sua nascita.

Artemisia Gentileschi nacque a Roma l’8 luglio 1593 da Orazio e Prudenzia di Ottaviano Montoni, primogenita di sei figli. Dopo l’approdo nell’Urbe la sua pittura raggiunse il suo apice espressivo, risentendo grandiosamente delle innovazioni del contemporaneo Caravaggio, dal quale derivò l’abitudine di adottare modelli reali, senza idealizzarli o edulcorarli e, anzi, trasfigurandoli in una potente quanto realistica drammaticità.

Orazio introdusse la figlia all’esercizio della pittura insegnandole come preparare i materiali utilizzati per la realizzazione dei dipinti: la macinazione dei colori, l’estrazione e la purificazione degli oli, il confezionamento dei pennelli con setole e pelo animale, l’approntamento delle tele e la riduzione in polvere dei pigmenti furono tutte perizie che la piccola metabolizzò nei primi anni.

Acquisita una certa dimestichezza con gli strumenti del mestiere, Artemisia perfezionò le proprie doti pittoriche soprattutto attraverso la copia delle xilografie e dei dipinti che il padre aveva sotto mano. Frattanto, la Gentileschi recepì stimoli cruciali anche dalla vibrante scena artistica capitolina: importante fu la conoscenza della pittura di Caravaggio, artista che aveva stupito il pubblico realizzando gli scandalosi dipinti nella cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi, inaugurata nel 1600, quando Artemisia non aveva che sette anni.

Alcuni critici del passato hanno persino avanzato l’ipotesi di una frequentazione diretta tra la Gentileschi e Caravaggio, che spesso si recava nello studio di Orazio per procurarsi le travi da sostegno per le proprie opere.

La sua vita fu irrimediabilmente segnata dallo stupro subito a 18 anni dal pittore e amico del padre, Agostino Tassi, e dal terribile processo che ne scaturì in cui la pittrice fu calunniata e torturata.

Questo fu indubbiamente un evento che lasciò un’impronta profonda nella vita e nell’arte della Gentileschi, la quale – animata da vergognosi rimorsi e da una profonda quanto ossessiva inquietudine creativa – arrivò a trasporre sulla tela le conseguenze psicologiche della violenza subita. Molto spesso, infatti, la pittrice si rivolse all’edificante tema delle eroine bibliche, quali Giuditta, Giaele, Betsabea o Ester, che – incuranti del pericolo e animate da un desiderio turbato e vendicativo – trionfano sul crudele nemico e, in un certo senso, affermano il proprio diritto all’interno della società.

In questo modo Artemisia è divenuta già poco dopo la morte una sorta di femminista ante litteram, perennemente in guerra con l’altro sesso e capace di incarnare sublimemente il desiderio delle donne di affermarsi nella società.

Nel corso della sua vita Artemisia dipinse sia ritratti che opere religiose o di soggetto biblico, tutti lavori animati da una violenta espressività e forti contrasti in chiaroscuro di impronta caravaggesca. Dipinse almeno sette versioni di Giuditta e Oloferne, quadri violenti e truci, che sono occasioni per l’artista di rappresentarsi in dei veri e propri autoritratti, non soltanto figurativi ma anche psicologici. Artemisia realizza tuttavia anche alcuni tra i più sensuali nudi femminili, nei quali sono riconoscibili le forme della sua figura.

Artemisia morì nel 1653 e fu seppellita presso la Chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini di Napoli, sotto una lapide che recitava due semplici parole: “Heic Artemisia”.

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