Architettura di regime, nuova sfida per il restauro - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
Prof. Arch. Giovanni Carbonara Il restauro architettonico
Carbonara: ridiamo identità
ai centri terremotati
1 Febbraio 2017
Professore Giovanni Carbonara
Editoriale ricostruzione e identità dopo il sisma
15 Marzo 2017

Architettura di regime, nuova sfida per il restauro

Vediamo attorno a noi architetture imponenti che raccontano di un periodo lontano, ricordato molte volte con rabbia e disprezzo, ma che cela un tesoro di travertino bianco ormai sporcato da quelle stesse automobili che rappresentavano il futuro all’epoca. Un Futurismo che Marinetti descrisse grazie a concetti come velocità e elettricità, ma che, ad oggi, rimane fermo e immobile, vecchio e sporco, gigante e severo. A.T.R.I.U.M cerca di trasportarci in una dimensione diversa ma con una consapevolezza del tutto contemporanea, grazie alla descrizione del viaggio, che come per il cammino di  Santiago de Compostela, attraversa luoghi e volti del passato che raccontano una storia, che in questo caso sono i regimi totalitari. Ci racconta di questo progetto il professor Marco Pretelli, docente ordinario del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna con sede a Cesena e l’architetto Giulia Favaretto.

Massimiliano Sansavini

Che cos’è A.T.R.I.U.M e come nasce?

Architecture of Totalitarian Regimes in Europe’s Urban Memory sintetizzato in A.T.R.I.U.M è un progetto che nasce dalla mente di Patrick Leech e si pone come obiettivo di trasmettere e valorizzare il patrimonio e la memoria dei regimi totalitari del XX sec. Attraverso catalogazione e interventi su tutte quelle architetture “scomode” che raccontano uno stile autonomo che avrebbe dovuto contraddistinguere le nazioni europee.

Valorizzazione attraverso ‘rotte culturali trans-nazionali’, di cosa si tratta?

Essenzialmente è stato preso come esempio un percorso già esistente e funzionante che, da anni, rappresenta una meta del pellegrinaggio culturale: il Cammino di Santiago de Compostela. Sono state segnate delle rotte che tocchino i luoghi più rappresentativi dei regimi europei, tenuti insieme da un filo culturale e di caratteri architettonici comuni. L’intento è quello di compiere un viaggio sia fisico che divulgativo attraverso molti paesi che hanno ospitato regimi (Italia, Slovenia, Bulgaria, Ungheria, Slovacchia, Romania, Croazia, Albania, Bosnia-Erzegovina, Serbia e Grecia).

Diciotto partner, 11 paesi coinvolti e capofila Forlì, perché?

Il progetto è un contenitore e Forlì si presta perfettamente come primo luogo per densità di architetture totalitarie. Grazie alla collaborazione del Comune di Forlì e all’Università di Bologna è stato possibile coordinare gli sforzi per valorizzare tutto il progetto. È utile porre particolare interesse al territorio romagnolo, in quanto culla del regime fascista e, di conseguenza, il territorio dove è stata sperimentata di più l’architettura di quegli anni. La grande collaborazione tra diverse personalità specializzate in campi complementari all’architettura, hanno definito i team di intervento e progettazione. Il simbolo del progetto è il restauro dell’ex Casa del Balilla “Arnaldo Mussolini” o ex Palazzo GIL, situato all’interno del quartiere razionalista di Forlì.

Perché questi luoghi sono così importanti e cosa comporta la memoria degli stessi?

Sono importanti per quattro motivi principali: dovere civico, questioni tecniche, nuovi significati, studio dei materiali. In questo caso si parla di restauro del moderno, un tema molto diverso dal restauro “classico” che abitualmente si compie in manufatti antecedenti alla rivoluzione industriale. L’utilizzo di tecniche e materiali “moderni” come il calcestruzzo armato si comportano in modo molto diverso e presuppongono una conoscenza più ampia degli interventi per il restauro. Sicuramente la memoria di questi luoghi è un aspetto super-partis che è soggettivo e utile alla formazione di un dibattito positivo che non punta a ricreare atmosfere nostalgiche bensì a trasmettere un’immagine e un significato. Tutti i progetti sviluppati grazie ai laboratori di restauro architettonico all’interno dell’università, hanno offerto la possibilità di proporre diversi livelli di intervento e di conseguenza differenti tipologie di valorizzazione.

L’importanza di conservare queste architetture risiede nella moltitudine di aspetti che ci insegnano: sono contenitori che ci mostrano la vita dei materiali da costruzione e il loro degrado, sono studiati all’interno di progetti urbanistici che ordinavano la città e sono esempi di progettazione pubblica che offrono un rapporto proporzionato con l’uomo. Non sono solo i simboli di un passato, piuttosto sono banchi di prova per testare i concetti di conservazione di cui l’Italia è stata la capostipite del XX sec.

Tra le proposte attivate da A.T.R.I.U.M c’è la mostra Totally Lost, cos’è?

Grazie alla collaborazione con Spazi Indecisi è stata organizzata una mostra di immagini delle architetture nel loro stato di fatto odierno, 250 edifici raccontati in una moltitudine di fotografie. Il progetto è un esperimento, in quanto è stato gestito in tre livelli di lettura, un primo livello di generica visione, interpretabile da un vasto pubblico, e altri due che sono approfondimenti per addetti ai lavori (strutture, impianti, materiali e tecniche costruttive). Il successo della mostra ha permesso a diversi progetti di non rimanere solo sulla carta e oltre all’Ex G.I.L sono in programma altri interventi, come quello della Ex Casa del Fascio di Predappio.