Al Teatro Romano di Bologna si valorizza e si tutela il Patrimonio Italiano - Il Giornale del Restauro e del Recupero dell'Arte
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Al Teatro Romano di Bologna si valorizza e si tutela il Patrimonio Italiano

Il Teatro Romano di Bologna riapre e mette in scena l’eccellenza dei prodotti italiani. Cultura, tecnologia, sinergia e giovani alla base dell’intuizione imprenditoriale di Monika Petrelli e Maurizio Ciracò.

Intervista a cura di Alessandro Massacesi

Risale all’88 A.C. ed è il più antico teatro in muratura dell’architettura romana. Il Teatro Romano di Bologna è una struttura archeologica unica nel suo genere e per quasi vent’anni, è rimasta silente in via De Carbonesi, inaccessibile al pubblico, almeno fino ad ora. Dal 2019, infatti, Monika Petrelli e Maurizio Ciracò, rispettivamente amministratore unico e direttore commerciale di ML6.48 srl, sono riusciti, con impegno e dedizione a riaprirne le porte, restituendo l’antico tesoro dimenticato agli italiani, ma soprattutto ai bolognesi. “Un primo atto,  rivela Monika Petrelli, che servirà a riunire e valorizzare le eccellenze italiane dell’Arte, dell’Artigianato, della Cultura Enogastronomica, della Tradizione e del Territorio.”

Perché avete voluto investire nel Teatro Romano di Bologna?

«Perché abbiamo a che fare con un patrimonio storico inestimabile, con un potenziale culturale e imprenditoriale incredibile. Dieci anni fa, con Maurizio, avevamo iniziato a scrivere un progetto  per un portale web, dopo aver accompagnato e “raccontato” per diversi anni le imprese italiane all’estero. Il portale, era destinato a promuovere e valorizzare le eccellenze produttive italiane. Andando avanti, però, capimmo che il portale, da solo, sarebbe stato troppo freddo. Gli mancava un cuore per trasmettere tutta la passione che è dentro ad un prodotto made in Italy. Quando nel novembre 2015 abbiamo trovato il Teatro Romano di via De Carbonesi, ci siamo resi conto subito che, se avessimo voluto raccontare il “valore italiano”, avremmo dovuto farlo li dentro… Arte, artigianato, cultura enogastronomica, tradizioni, moda, motori, del resto, sono un’espressione della nostra storia e del nostro saper fare. Riaprire questo posto ci ha permesso di restituire un pezzo importante della nostra città ai bolognesi e a tutti i turisti che vorranno visitarlo. Investire nel teatro significa investire in un progetto più grande di un semplice immobile. È l’opportunità di creare un palcoscenico su tre piani che racconterà la storia italiana attraverso il meglio dell’artigianato e della produzione enogastronomica dei suoi prodotti ai turisti di tutto il mondo.»

Ritiene che cibo e arte siano ancora un marchio vincente?

«Certo, sono entrambi frutto di una storica tradizione italiana che sempre più spesso viene messa da parte. Camminiamo per delle città che sono dei tesori a cielo aperto, mangiamo cibi frutto di memorie culinarie secolari e li diamo per scontati, scordandoci che il mondo ci invidia per questo. Dobbiamo raccontare meglio i nostri tesori, farli conoscere, ma sopratutto renderli accessibili, perché l’Italia è tanto grande quanto ricca e il vero problema, oggi, non è trovare qualcosa che possa interessare, ma dargli il giusto posto e valore. Bologna sta vivendo una vera e propria esplosione di visitatori e la nostra esperienza ci insegna che il “buonvivere” italiano, nel giusto spazio, ha un’attrattiva enorme. Nel 2007 abbiamo portato, per i trent’anni di El Corte Inglés, la cultura enogastronomica italiana in tre dei loro centri commerciali. Parliamo di una catena di grandi magazzini spagnola che per volume di affari è al primo posto nel mercato e al terzo in quello europeo. In quell’occasione abbiamo raccontando le ricette italiane, abbinando i vari prodotti e spiegando agli spagnoli come farlo. Il risultato è stato che le nostre vendite sono passate dal 20%, durante la prima settimana di esposizione, al 100%, al termine del periodo. Parliamo di un tutto esaurito in un’esposizione di sole tre settimane, perché avevamo portato dei cuochi e delle sfogline, gli avevamo raccontato come abbinare il Sangiovese con la tagliatella al ragù e come la torta di riso al passito. »

Quali progetti avete in mente per questo spazio?

« Da un lato stiamo rilanciando lo spazio con le visite guidate all’antico teatro romano. Dall’altro stiamo raccogliendo adesioni dalle imprese, dagli artigiani e da tutto quel comparto produttivo italiano, che fa prodotti italiani, con materiali italiani. Li stiamo portando nei nostri spazi, perché possano esibirsi davanti a un grande pubblico. Il turista che visita il teatro romano, non si limiterà a toccare con mano una delle più antiche testimonianze romane della città, ma avrà modo di conoscere anche i nostri prodotti nazionali. Il nostro è un progetto ambizioso, ma tutt’altro che impossibile e ci siamo dati quattro punti centrali da portare avanti: cultura, tecnologia, sinergia e giovani, perché messi insieme aiutano a crescere noi e tutte le realtà che coinvolgeremo. »

In che modo?

« Come ho detto prima la cultura si basa sul racconto di valore, sulla promozione di un luogo o di una tradizione. La tecnologia è il veicolo di questo racconto, il genio italico che produce un certo vino o il motore di un auto, sono qualcosa che puoi trovare solo qui e fanno parte della nostra esperienza formativa. Al centro di tutto c’è la sinergia di scambio fra aziende e di scambio culturale con i turisti. È il beneficio che offre il nostro spazio aperto, promuovere tutte quelle piccole e medie imprese che mancano di una voce abbastanza forte per farsi vedere e sentire, ma che riunite sotto il tetto del nostro teatro, guadagnano forza e visibilità. L’azienda  che produce mortadelle da generazioni, l’artigiano che costruisce sedie, l’artista che lavora il vetro, tutti presenti nella stessa piazza, ognuno con la sua specialità e un pubblico che potrà scegliere i settori, le aziende e gli artigiani di loro interesse. È importante sottolineare la nostra strategia di ospitare realtà diversificate, selezionandole a turno per settore e zona geografica, così da non creare competizione. È come se riunissimo in un unico posto tutte le regioni italiane e i loro tesori, creando una galleria di valore di piccole e medie imprese.»

E i giovani che ruolo hanno?

« I giovani sono la nostra scelta strategica per costruire l’attività. Non sono d’accordo con chi pensa che i giovani siano tutti senza voglia di fare. Credo che stia a noi renderli una risorsa, perché ognuno di noi è stato giovane e aveva delle idee che non sono state ascoltate. I ragazzi vanno aiutati, prendendone le peculiarità, stimolandoli affinché crescano e diventino una risorsa. Noi abbiamo un previsione di assunzione tra le 25 e le 30 persone, ognuna con una sua specifica caratteristica. I primi che abbiamo selezionato vengono dal mondo dei beni culturali, dall’archeologia e dalle arti visive, perché tutto va raccontato e raccontare vuol dire avere una base culturale importante. Abbiamo puntato molto su questi ragazzi e speriamo di poter arrivare al numero preventivato, perché il nostro personale sarà a disposizione delle aziende che vorranno raccontare i loro prodotti attraverso la nostra struttura. Al momento abbiamo esclusivamente ragazzi sotto i trent’anni, il più “anziano” ha 26 anni. Il nostro compito è di regolarizzarli, dargli un lavoro continuativo, ma soprattutto formarli a svolgere il lavoro che dovranno andare a svolgere. Tutti i nostri ragazzi gratuitamente fruiranno di tutti gli spazi formativi, a partire da quello per la parte archeologica, fino alla parte commerciale, che gli servirà per raccontare i prodotti, parlare in pubblico e gestire un’attività commerciale.»

E questo approccio paga?

« Le dico solo che abbiamo aperto le porte a ottobre 2019, alla nostra prima edizione di Arte Fiera, siamo stati contentissimi. La città ha risposto con oltre 2000 persone che sono passate facendoci i complimenti per la mostra e soprattutto per aver dato al Teatro nuova vita. Significa che il nostro lavoro, assieme a quello dei ragazzi, che non si erano mai cimentati in un’attività simile, ha dato buoni frutti. La nostra esperienza e i nostri consigli  evidentemente sono serviti a creare un ottimo lavoro di squadra, fondamentale in queste attività, ma quello che mi rende più felice è sapere che i nostri ragazzi, alla fine di tutto, erano soddisfatti e queste sono soddisfazioni uniche. »

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